La crisi della cultura in Italia, dal centro alle realtà locali

Drastici tagli al Far East di Udine e a Maremetraggio di Trieste.
Si comincia dal Friuli‐Venezia Giulia, ma la scure è pronta a colpire ancora…

LA CRISI DELLA CULTURA IN ITALIA, DAL CENTRO ALLE REALTA’ LOCALI

Un grido d’allarme dal nuovo consiglio direttivo dell’Afic (l’Associazione dei Festival Italiani di Cinema) composto dal presidente Giorgio Gosetti (COURMAYER NOIR IN FESTIVAL), insieme ad Alberto Lastrucci (FESTIVAL DEI POPOLI), Emanuela Martini (TORINO FILM FESTIVAL), Giovanni Spagnoletti (MOSTRA INTERNAZIONALE DEL NUOVO CINEMA) e Chiara Valenti Omero (MAREMETRAGGIO).

Che l’attuale indigenza italiana della cultura in genere, del cinema in particolare e in quest’ambito soprattutto dei festival di cinema, sia un fenomeno di proporzioni mai viste prima, è purtroppo cronaca quotidiana. Inutile ribadire – sottolinea l’Afic – in che condizioni sia oggi costretto a lavorare un settore che, negli anni, ha assicurato scoperte di talenti, formazione di intere generazioni di spettatori, visibilità alle opere censurate o guardate con diffidenza dal mercato (salvo ricredersi a posteriori), promozione e credibilità all’audiovisivo europeo e internazionale.
Soffriamo di mancanza di certezze, di tagli progressivamente insostenibili, di generale indifferenza
da parte della politica. Sopravviviamo per l’abnegazione di operatori culturali, giovanissimi volontari, spettatori entusiasti che, ogni anno, ci obbligano moralmente a non lasciare incolto un terreno pazientemente arato in decenni.
Siamo sopravvissuti fin qui anche per l’impegno di funzionari pubblici (basti guardare alla Direzione Cinema per il Cinema) che in più di un’occasione hanno sopperito alla miopia crescente della politica.
Ma la novità del giorno (sempre in attesa dei micidiali tagli annunciati sul Fondo Unico dello Spettacolo) viene purtroppo dal territorio, da quegli enti locali che nell’afflato del federalismo arrembante dovrebbero supplire al disinteresse dello Stato. Con una breve nota di commento al drastico taglio di sostegno a realtà importanti come il Far East di Udine o a Maremetraggio di Trieste, l’Assessore alle attività produttive e turismo della Regione Autonoma Friuli‐Venezia Giulia, Federica Seganti, spiega che nelle modalità di assegnazione “si è tenuto conto di quei progetti ripetuti e consolidati il cui successo, in termini di richiamo turistico, non è in discussione”.
Se si considera che questa regione è nota nel mondo anche per il formidabile richiamo delle sue manifestazioni cinematografiche (una vera rete, pazientemente costruita che comprende anche realtà internazionali come Le Giornate del Cinema Muto di Pordenone o il Trieste Film Festival‐Alpe Adria di Trieste), che Maremetraggio si è conquistata in oltre 10 anni un posto d’onore tra i festival italiani dedicati al cinema corto, che il Far East è ormai la più importante rassegna europea dedicata al cinema asiatico, si capisce la drammaticità di una decisione che azzera le potenzialità dei due festival e punisce un prestigio che è anche indotto economico, qualità culturale e industriale, volano turistico. Nonostante le belle parole sul sostegno alle piccole imprese, sembra che proprio questo sia diventato il bersaglio prediletto delle amministrazioni, nell’artigianato, nell’industria e adesso anche nella cultura. “Siamo senza parole ma decisi a contrastare questa deriva – dice a nome del consiglio direttivo dell’Afic il neo‐presidente Giorgio Gosetti – perché la tendenza oggi inaugurata in Friuli‐Venezia Giulia rischia di dilagare per contagio da un’amministrazione locale all’altra e condanna rapidamente all’estinzione tantissime realtà importanti, alcune delle quali costrette alla chiusura già nel 2010. E’ necessario sbugiardare con nettezza chi afferma che la cultura non produce risultati: basti guardare al business generato in questi anni dal Far East che ha portato il cinema asiatico alla ribalta del successo anche nelle sale. Nel nostro settore, senza i festival tutto il cinema italiano sarebbe più povero, ma lo sarà ben presto anche il territorio che negli ultimi decenni ha lasciato proprio i festival a contrastare la desertificazione delle piccole sale, l’emorragia di un pubblico attivo e informato. E questo a fronte di ritorni misurabili in termini di notorietà dei luoghi, afflussi turistici, ritagli stampa, fidelizzazione degli operatori economici. Non pretendiamo di essere tutelati come i nativi americani o la cultura contadina in quanto testimonianza della memoria collettiva: vogliamo essere considerati per la nostra capacità imprenditoriale e per la nostra funzione di produttori di cultura. Senza la quale un paese è più povero che mai. Chiediamo parametri certi e oggettivi di valutazione. Anche per questo la ricerca sul “Valore economico dei festival” che promuoviamo insieme all’università IULM di Milano sarà per noi il punto di riferimento in una battaglia che intendiamo vincere a vantaggio della collettività, al centro come sul territorio. Ma altrettanto impegno e attenzione esigiamo dagli amministratori pubblici che sono servitori dello Stato e della comunità, non miopi tagliatori di teste”.

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