Diario di Bordo – Day 06


Soltanto chi ama il gusto della paura e lo distilla come un nettare prelibato può capire completamente il fascino del cinema horror. Lo spavento è una bevanda che va bevuta calda, una di quelle sensazioni che devono essere colte aprioristicamente.
Il Cinema di genere ha ottenuto in questi ultimi anni un riscontro inaspettato, la sua forza eversiva è cresciuta grazie anche al lavoro ininterrotto di riviste come NOCTURNO, che da fanzines sono riuscite a diventare vere e proprie piattaforme intellettuali e creative. Assolatissimo pomeriggio in piazza della Borsa ed ecco arrivare Antonio Manetti dei Manetti Bros, vere e proprie icone del campo cinefilo in questione, passati dal circuito underground a quello di largo consenso popolare. L’incontro con il regista permette una ricognizione sincera e informale sui modi e sulle mode, sulle insidie e le attrattive del mondo del Cinema affrontato da chi deve quotidianamente coglierne le istanze.
I Manetti hanno iniziato, come tutti, da spettatori, anche dai film di Bud Spencer e Terence Hill, poi, la loro inventiva ha trovato il supporto del compianto produttore Luciano Martino. Da allora, dopo la sorprendente rivelazione di ZORA LA VAMPIRA, è stata tutta una pregevole escalation di successi e consacrazioni artistiche.
Dopo più di un’ora e mezza di colloquio, e mentre turisti e cittadini locali si confondono nella passeggiata attraverso Corso Italia, non rimane che il tempo di arrivare in piazza Verdi.
Il giardino delle visioni ci porta subito un fiore prezioso, quello rappresentato dal cortometraggio sociale I TRE USI DEL COMPASSO, a firma di Ivan Gergolet.
Un lavoro accorto e struggente di marcatura sociale, dove la diversità doppia di una ragazza che non vuol più parlare dopo la morte del fratello, si unisce a quella di un compagno di scuola non vedente. Ammirevole la fattura rispettosa e, nel contempo, partecipe di una tematica che coinvolge a vari livelli tutti noi. Girato a Monfalcone con la collaborazione delle strutture didattiche della cittadina, il cortometraggio ha riscosso un plauso popolare in piazza davvero rimarchevole.
Una tavola calda che fa anche servizio notturno situata a Leeds, un posto dove mangiare un boccone come tantissimi altri. Qui, però, lavora e manovra ogni cosa un giamaicano con la vocazione della poesia, a cui gli avventori regalano attimi di sincera attenzione nel sentirlo declamare. STAN di Ben G.Brown ci racconta il senso della vita attraverso il diaframma sonoro semplice di una persona tra le persone.
Ancora atmosfere notturne, automobili severe che sfrecciano e neon invadenti, per il corto A GENTLE NIGHT di Yang Qiu; si racconta della ricerca angosciosa di una diciannovenne scomparsa da parte dei genitori, della freddezza degli astanti e di come tutto conduca ad un “Deserto dei Tartari” dei sentimenti.
Avete mai pensato di umanizzare le lancette del vostro orologio? Sembra una domanda intinta nell’assurdo e nel nonsense. Invece, è quanto succede nel sagace cortometraggio di animazione SEGUNDITO di Roberto Valle. Nutrito di sano umorismo iberico, il regista compone due minuti di simpatica assurdità, molto apprezzata dal pubblico.
Una spiaggia, un mare incredibilmente azzurro ed un cane randagio che gioca con le onde e scambia momenti di affetto con una ragazza reduce della perdita del bambino che portava in grembo… immerso in un clima malinconico e quasi avulso dalle scansioni temporali, è un lavoro che ci emoziona e ci trascina.  Tutto questo accade nel cortometraggio DENIZ SUYU ICEN IT, di Murad Abiyev.
Il rapporto tra l’uomo e la morte non conosce soste creative proprio per il peso specifico della materia in questione. Argomento e tormento “principe” di qualsiasi generazione umana.
Proveniente dalla Colombia, LA JUNGLA TE CONOCE MEJOR QUE TU MISMO, a firma di Juanita Onzaga, incorpora, oltretutto, il tema della Natura come grande punitrice o forza salvifica.
Un ristorante, molte pietanze prelibate sul tavolo, ed un clima da opulenta eleganza, interrotta dall’arrivo di un gigantesco commensale. Nel cortometraggio di animazione francese L’OGRE di Laurène Braibant, i protagonisti sono un orco e le sue grottesche avventure gastronomiche, molto ben stilizzate.
Chiunque di voi abbia mai visto un film di Guillermo Del Toro conosce quel modo vagamente malsano, visionario, e disturbante di raccontare il mondo animale, unendovi le griglie della cucina (metaforica) umana. HEYVAN di Bahram e Bahman Ark è, inoltre, una storia di passaggio di frontiera dal drammatico e terribile epilogo.
Germania cinematografica, di quella rude e iperreale, che non concede sconti per KLEPTOMAMI di Pola Beck; non soltanto una selvaggia satira sulla maternità, ma anche una sorpresa continua per lo spettatore, che si ritrova continui cambi ipertestuali.
SUB TERRAE della spagnola Nayra Sanz Fuentes merita un riconoscimento sincero per l’originalità del suo assunto, e, persino, per le acrobazie della sua semovente macchina da presa; le cornacchie ed i corvi, fluttuanti nel cielo immoto, diventano un codice figurativo.
Di nuovo una spiaggia bellissima come location eletta per la sconcertante vicenda di PEDRO, proveniente dal Portogallo, siglato dalla coppia Santos-Leao. Una storia di relazione omosessuale che cela anche altri reconditi significati. Sul bianco abbacinante di questa sabbia, molto estiva e quindi in linea con il clima, lo schermo saluta il proprio attento pubblico.
Qualcuno, al molo Audace, s’attarda a suonare la chitarra ed una ragazza si asciuga i capelli ancora bagnati di salsedine: immagini rubate a tarda sera, istantanee al gusto di melograno e di fragola, come il flûte abbandonato su una panchina davanti a noi.
Appuntamento a giovedì sera.