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[b]Maremetraggio, il bilancio e i premi della 10ª edizione [/b]
[b]di Raffaele Rivieccio[/b]
Si è svolta a Trieste la 10ª edizione di Maremetraggio, festival internazionale del cortometraggio e delle opere prime.
Questa scarna definizione di Maremetraggio è lontanissima dalla varietà di proposte, dalla prismaticità tematica e dall’eclettismo delle ottiche con cui viene approcciato l’universo cinematografico nell’evento triestino. Il nostro Paese è letteralmente punteggiato di festival, rassegne, concorsi, retrospettive sul cinema, i film, i corti, i documentari, la fiction, l’animazione… E poi festival tematici, festival legati al territorio ospitante… ogni elemento serve a dare al singolo festival un’identità propria, un marchio, un carattere Doc. Maremetraggio, oltre alla qualità altissima della selezione dei cortometraggi e delle opere prime e degli ospiti del Festival, vanta certamente un lavoro di elaborazione di un “pacchetto” che non è solo la sommatoria di film, personaggi, mondanità ed altri elementi basici di una kermesse ma fornisce anche una chiave di lettura, un senso forte che lega ogni momento della manifestazione.
Il Festival, presieduto da Maddalena Mayneri e diretto da Chiara Valenti Omero, che hanno saputo farlo crescere di anno in anno, riesce a proporsi
oramai come un momento cinematografico di valore nazionale ed internazionale. I freddi numeri, pur estremamente positivi e confortanti sulle presenze di pubblico, non rendono merito al lavoro complesso svolto in questo decennio dalle due “consoli” di Maremetraggio. Non solo costruire qualcosa che ha dovuto confrontarsi da una parte con tutti i festival esistenti ed emergenti in questi anni in Italia, ma avere anche l’ingombrante presenza di un vicino come il Festival di Venezia.
Eppure, qualcosa che poteva essere un freno psicologico si è trasformato in un motore potentissimo. Inutile cercare di confrontarsi con budget ed ospitate difficilmente raggiungibili. Inutile riprendere discorsi già fatti nella capitale lagunare. Piuttosto, metaforicamente, non muovere Trieste da Trieste. Non romanizzarla né venezianizzarla. Piuttosto, ancora, centrare sempre di più il festival non solo a Trieste ma sul confine. Un confine geografico con la Slovenia che diviene punto di contatto reale e simbolico con la MittelEuropa, con l’Est europeo, con il mondo balcanico, quello greco ed oltre Costantinopoli e la Turchia. Un confine che ha in Trieste una porta, un’apertura dalla quale si produce un’osmosi culturale che ha, anche nel cinema, un valore formativo per una koinè antropologica, oltre che culturale, europea. Se esisterà realmente una futura Europa politica oltre che economica, avrà certamente in Trieste uno dei suoi nodi fondamentali, uno dei gangli, uno dei perni tra Oriente ed Occidente. Maremetraggio interpreta perfettamente questa felice ambiguità culturale del capoluogo friulano. Ad rafforzare la valenza di festival multipolare, è stata sicuramente la scelta editoriale di praticare soprattutto il linguaggio del cortometraggio: “the short must go on”, come recita il riuscito slogan di questa edizione. Scelta oggi fatta, per ragioni economiche ed artistiche, finanche da troppi. Ma dieci anni fa, sicuramente non così scontata. Oggi però Maremetraggio si trova all’avangurdia su questo campo, proprio grazie alla posizione geografica. In un’epoca tecnologica di produzione digitale a basso costo, finalmente di livello accettabile, ora più che mai lo short movie rappresenta un catalizzatore delle energie migliori di una cinematografia, quelle più libere da condizionamenti economici, estetici, culturali, tipici del lungometraggio e delle major. Il corto possiede una freschezza data o dalla giovinezza anagrafica degli autori, o dal margine di libertà dalle economie di scala anche in autori maggiori. Una serie di corti di una tale Nazione sicuramente la tratteggiano e la raccontano meglio di un singolo film di un regista di alto livello che nel bene e nel male si distacca comunque dal comune sentire culturale di un certo ambiente. Ecco allora che le tante opere di altissimo livello presentate, indipendentemente dai generi praticati, regalano un’immagine imprevista e potente di cinematografie apparentemente minori o lontane.
Corti danesi, norvegesi, belgi, irlandesi, portoghesi, finlandesi, svizzeri, ungheresi, romeni, russi, bulgari, islandesi, sloveni, slovacchi, serbi, ucraini, croati, polacchi, montenegrini, albanesi, austriaci, bosniaci, cechi, molto più che quelli delle cosiddette cinematografie maggiori, aiutano a comprendere un concetto di Europa cinematografica. Oltre a ribadire il ruolo di Maremetraggio come porta mitteleuropea e d’Oriente. Quest’anno oltretutto il Festival apre un grande spazio al cinema greco con corti e film che ci aiutano ad inquadrare le immagini più significative di un cinema finora non troppo praticato. Altro grande merito, in questa decima edizione, è stata l’attenzione per ospiti che avessero un forte contenuto ed una forte qualità. Come Alba Rohrwacher, alla quale è stata dedicata una retrospettiva di una carriera appena iniziata ma già densa di interpretazione di grande sensibilità. Il Festival cerca non il richiamo mediatico del nome fine a se stesso, ma che il personaggio ed il suo valore possano trascendere la semplice celebrità. Un’attenzione al contenuto che diviene evidente nell’operazione coraggiosa ed anche commovente di portare il cinema nel carcere. E’ stata offerta la possibilità ai detenuti della casa circondariale di Trieste di divenire essi stessi spettatori e giurati del festival. Visionando e premiando alcuni documentari a tematica sociale. La cerimonia è avvenuta nello stesso carcere, in una atmosfera di profonda empatia per il dramma umano di chi è privato della libertà e che, solo per un momento, grazie a Maremetraggio, ha potuto riassaggiare il sapore di una vita piena, a partire proprio dalla libertà culturale.
Al decimo anno della sua crescita, Maremetraggio ha lo stimolante ma complesso compito di divenire sempre più punto di scambio necessario tra diverse cinematografie. Implementando questa sua caratteristica unica, potrà essere ancor più un Festival europeo che ha luogo in Italia piuttosto l’ennesimo evento locale che strumentalizza il cinema per discorsi di altro genere.

Di seguito la lista completa dei premiati.
Per la sezione Maremetraggio, la giuria del premio IMAGHIA, composta da Chiara Tozzi e Marta Tibaldi ha assegnato il Premio IMAGHIA al corto di fiction che fa bene a “Felix” di Andreas Utta ed il Premio IMAGHIA al corto di animazione che fa bene a “My little brother from the moon” di Frederic Philibert.
Il premio del pubblico 35 MM al miglior corto è stato assegnato a “Il prigioniero” di Davide Del Degan, mentre il Premio ASSOCIAZIONE MONTAGGIO CINEMATOGRAFICO E TELEVISIVO, è andato ad Andrea Maguolo per il corto “Il torneo” (di Michele Alhaique).
Il premio 242MOVIE TV al miglior regista italiano (1.000 euro) è stato assegnato al corto “Clacson” di Takehito Kuroha.
Premio TRUDI al miglior corto di animazione è stato assegnato al corto “Bernie’s Doll” di Yann J.
La giuria ha inoltre assegnato una menzione speciale al corto “Il naturalista” di Giulia Barbera, Gianluca Lo Presti, Federica Parodi e Michele Tozzi con la seguente motivazione: per la capacità di affrontare un tema di grande attualità e di fondamentale importanza come l’ecologia senza conformismo e con una tagliente ironia non politically correct.
Il premio MAREMETRAGGIO al miglior corto italiano è andato a “Il torneo” di Michele Alhaique, il premio SHOP AND PLAY CITTA’ FIERA al miglior corto assoluto (10.000 euro) è stato assegnato a “Smafuglar”, di Runar Runarsson
Per la sezione Ippocampo:
Il premio del pubblico alla miglior opera prima è andato a “La siciliana ribelle”, di Marco Amenta.
Il premio OFFICINE ARTISTICHE a un attore esordiente è andato a Mattia De Gasperis, per “Il primo giorno d’inverno” di Mirko Locatelli, mentre il Premio coraggio ad un produttore è stato assegnato a Marco De Luca per il film “Penso che un sogno così”
Il premio della critica alla miglior opera prima è stato assegnato il premio a “Pa-ra-da”, di Marco Pontecorvo, ed il premio FONDAZIONE ANTONVENETA al miglior attore è andato a Giuseppe Cederna. Quello invece per la miglior attrice è andato a Pia Lanciotti per “L’estate d’inverno” di Davide Sibaldi.
Il Premio FONDAZIONE ANTONVENETA alla miglior opera prima è andato a “Quell’estate” di Guendalina Zampagni
Per la sezione Cei, il premio al miglior cortometraggio (2.500 euro) a andato “Tour” di Simonyi Balazs.

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