Diario di bordo di “Per non dimenticarti”

ALLE SOGLIE DELLA VITA
Esistono film che prendono alla gola per l’emozione.
Frammenti di cinema, improvvisi o meditati, che tolgono allo spettatore la razionalità, il senso critico, per riportarlo – vergine – al cuore delle sensazioni più autentiche.
Succede proprio a chi va a conoscere “Per non dimenticarti”, splendida opera di Mariantonia Avati, altro appuntamento di rilievo della sezione Ante(opere) prime voluta da Maremetraggio.
Siamo a Roma nel 1947, la guerra è da poco finita e faticosa affiora la parola “ricostruzione”. E’ un’ Italia povera eppure speranzosa, tenera e tragica, indifesa e struggente, quella che troviamo in ospedale; sospesa tra i sogni e la gelida realtà, la paura del futuro e le aspettative del presente. Qui, nove creature stanno per venire alla luce.
Nove donne, nove destini femminili incrociati, nove piccole fiammelle avvolte dalle lenzuola ruvide di un casermone grigio, tra infermiere poco pazienti e severi dottori dal pizzetto bianco.
C’è una giovane protagonista (Anita Caprioli), anche lei incinta, che vede tutto con sguardo malinconico e partecipe: a lei toccherà la disgrazia più grande, la perdita del bambino che ha in grembo.
Le altre sono foglie al vento di diversa natura: la straniera che non ama il marito e vorrebbe scappare con il suo “vero” uomo del cuore (un bravissimo Massimo Bonetti);la stralunata che ha fatto l’amore con un soldato di colore ed ora deve portare sé stessa e il suo “figlio della colpa” lontano, molto lontano…
C’è, ancora, chi ha il marito nei guai fino al collo, perché non sa guidare ben i pullman ed ha trascinato tutti in un incidente, reale e metaforico.
Altre ancora, dolci e spaventate, unite in una scorpacciata di castagne e nel guardare la neve alla finestra, mentre si invocano i santi e gli abbracci sono sempre intrisi di pianto.
Togliamoci subito il pensiero: Mariantonia Avati è dotatissima ed il suo apologo – fiaba si segnala per il senso straziante di verità di fronte alla più sacra delle coppie: una madre ed il suo bambino.
Si partecipa, ci si commuove, si parteggia per queste eteree eroine positive, soprattutto si loda la non comune vena antiretorica che ammanta una materia narrativa così facile al cliché ruffiano ed ammiccante.
Sfida vinta per la figlia di Pupi Avati, la cui presenza – inevitabile – traspare da certi scorci, da certe emblematiche sequenze che un po’ rimandano ai capolavori minimalisti del cineasta bolognese “Le strelle nel fosso” (1978) in primis.
In definitiva, un’altra bella serata di cinema, a cui consegnano il proprio motivato contributo attori puntuali come Enrica Maria Modugno, Chiara Sani, Ettore Bassi e perfino l’indimenticata ex “signorina buonasera” Rosanna Vaudetti.
Appuntamento al cinema Ariston per un nuovo titolo “tutto italiano”.
 
Riccardo Visintin

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