Ogni volta che te ne vai

Davide Cocchi nasce a Forlì il 20 settembre 1964. Si laurea in Filosofia all’Università di Bologna. Realizza nel ’96 il videoclip “Voglio il sole” di Neffa e i Messaggeri della dopa – concept e regia con Dee-Mo Peressoni. Nel ‘98 è autore e regista del cortometraggio in 35 mm “Petit Cadeau”…

Davide Cocchi

Ogni volta che te ne vai

intervista a cura di Jimmy Milanese

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Jimmy Milanese (JM): Siamo con Davide Cocchi, che ieri ha presentato a Maremetraggio il suo film intitolato Ogni volta che te ne vai. La prima domanda riguarda il titolo. Nasconde qualcosa di autobiografico?

Davide Cocchi (DC): No, in realtà l'idea era di raccontare una vicenda ambientata in un mondo molto autoreferenziale come può essere quello del liscio, descrivendo una storia d'amore in cui uno dei due personaggi sia estraneo a questo settore. Ciò provoca delle difficoltà tra i due protagonisti, Orfeo (Fabio De Luigi), cantante di liscio, e Pamela (Cecilia Dazzi), la sua innamorata che non appartiene al circuito del ballo. È da qui che nascono i problemi.

JM: Sei partito dai videoclip musicali e poi sei passato a raccontare la storia del liscio. Non temi di incappare in un insuccesso scontato, dal punto di vista della critica e del pubblico?

DC: Perché, dici?

JM: Secondo me, il mondo del liscio non è il genere che ci si aspetta rappresentato in una storia cinematografica. Tu, invece, sembri scommettere proprio sul tipo di ballo.

DC: Il realtà questo non è un film sul liscio, nonostante esso sia molto presente. Il ballo è il contenitore di questa storia, è il mondo nella quale prende vita. Non voleva essere né una celebrazione del liscio né una testimonianza. La scommessa, dal punto di vista del successo riscontrato in sala, è andata mediamente bene. Per quanto riguarda la risposta diretta del pubblico, è stata sorprendente, soprattutto durante le proiezioni estive. Tale è stata la curiosità che ha generato questo progetto che ho deciso di girare anche un documentario ambientato sempre nel mondo del liscio.

JM: Vorrei parlare ancora di questo argomento, ma prima mi piacerebbe chiederti che tipo di pubblico ti aspetti di trovare quando entri in una sala dove viene proiettato il tuo lungometraggio. Pensi possa essere più frequente un pubblico giovanile, che si appassiona alla figura di Orazio e alla storia d'amore che ci sta dietro, oppure un pubblico appassionato al liscio, all'ambientazione? Cosa ti darebbe più soddisfazione?

DC: Senza distinzione alcuna mi piacerebbe vedere delle persone che, seguendo questa storia, si divertono. Il film, dopotutto è una commedia. La sorpresa, in realtà è più legata al fatto di essermi reso conto che, in qualche modo, ha attirato di più il tema del ballo piuttosto che la presenza di De Luigi. Ciò ci ha fatto piacere poiché dimostra l’importanza che è stata attribuita al mondo raccontato e non solo ai personaggi.

JM: Un tuo collega illustre come Bernardo Bertolucci, diceva che, di fronte alla macchina da presa, ci sono tre particolari ambientazioni che riescono bene: un paesaggio montano, dei cavalli da corsa e due persone che ballano. In questo film sembra che proprio le scene di ballo siano le più riuscite, le riprese dove c'è movimento. Condividi?

DC: Le scene di ballo sono assolutamente una delle cose più affascinanti che si possano vedere. Ricordo di aver addirittura battuto il ritmo con i piedi durante la visione di alcuni lungometraggi di altissimo livello, come Ballando ballando, oppure lo stesso Moulin Rouge. Dietro al liscio c'è un mondo che rimane davvero sconosciuto alla maggior parte della gente. C'è questa teoria per cui i ballerini di valzer e di liscio romagnolo, non toccano mai terra e quasi riescono a volare. Esiste un passo che consiste in uno scatto dei piedi di entrambi i ballerini, grazie al quale praticamente nessuno dei due tocca il pavimento. Ciò mi ha impressionato molto quando sono andato nelle scuole di ballo per prepararmi per girare il film. Questi corpi che non pesano e si sollevano, fluttuano, sono uno spettacolo incredibile.

JM: Una domanda sulla sceneggiatura, che se non sbaglio è stata realizzata a ben cinque mani. Cosa c'è di tuo nel film e in cosa consiste, invece, il contributo di De Luigi che ha partecipato alla scrittura?

DC: Il contributo di De Luigi è legato principalmente al suo personaggio per il quale ha pensato a parecchie cose sulle quali abbiamo poi ragionato insieme. Io e Fabio siamo romagnoli, mentre gli altri due sceneggiatori sono siciliani. È stato un esperimento curioso perché, io in particolare, ho sentito quanto fosse determinante il ruolo delle nostre province di provenienza: ci sono degli incredibili fenomeni di analogia e contiguità tra la Sicilia e la Romagna. La storia d'amore tra Pamela e Orfeo è di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia. Io e Fabio De Luigi abbiamo creato i personaggi romagnoli di contorno come il barbiere e il padre di Orfeo. Abbiamo lavorato su questo, adattando al nuovo contesto la storia d'amore che non nasceva nel mondo del liscio.

JM: Tu sai che nei film, di solito, oltre agli elementi che vengono esplicitati nella trama, c'è qualcosa che non viene detto, un messaggio se vuoi. Qual’è la parte che hai meglio curato del film? L'ambientazione, ovvero un mondo inesplorato oppure la storia d'amore che sembra fare da sfondo?

DC: Non saprei, le due cose non mi sembrano disgiunte. La storia d'amore va in quel modo proprio perché esiste questo senso di appartenenza al mondo del liscio. Pamela ad un certo punto, verso la fine del film, si alza esasperata e dice “ma come faccio ad essere felice cantando Reginella Campagnola!”. Quello che lei fondamentalmente vuole dirgli è “noi possiamo stare assieme ma tu devi accettare che questo non è il mio mondo in tutto per tutto”. Sottolineo di nuovo che si tratta di un ambiente, tra l'altro, autoreferenziale, senza quasi contatto con la realtà. Orfeo è proprio così: vive sospeso in questo mondo chiuso da un recinto. Lei, infatti, lo deride. Queste cose si fondono.

JM: Parlando dei protagonisti, quando hai fatto loro i provini hai chiesto una matrice comica o hai dato completa libertà? Mi sembra che in De Luigi ci sia una forte componente tragica, molto diversa dall’idea che il pubblico che ha visto altre sue interpretazioni può essersi fatta di lui. Paradossalmente è per questo che sembra che in certi momenti prevalga, nel film, l’aspetto tragico.

DC: Con Fabio avevamo voglia di costruire il protagonista del lungometraggio e non una derivazione cinematografica dei suoi ruoli televisivi. Fabio ha certamente una vis comica notevole che è giusto esca sul palco, ma ha dimostrato di lavorare anche sui registri che definirei malinconici piuttosto che tragici. Questa malinconia di fondo è un carattere che appartiene a quel mondo. Lui si è dimostrato molto bravo, nel farla emergere. Avevamo voglia di lavorare su quel personaggio a prescindere dalla sua attività precedente. Tra l'altro Fabio ha una storia di attore cinematografico di rilievo. Ha interpretato parti importanti ne Il partigiano Jonny, Asini, nel film di Manfredonia. È un attore di cinema ed è anche un bravissimo personaggio televisivo.

JM: Per concludere, quante volte hai rivisto il tuo film?

DC: Integralmente solo dopo l'uscita, perché prima guardi solo degli spezzoni. Poche volte in totale a dire il vero, forse ieri è stata la prima in cui l’ho rivisto proprio tutto. Di solito lo presento all'inizio, poi esco e ritorno alla fine per chiacchierare col pubblico. Ieri è stata veramente la prima volta che lo vedevo dopo tantissimo tempo.

JM: Se tu avessi di fronte Davide Cocchi, qual è sarebbe la tua critica su questo lavoro?

DC: Sai, il rapporto con l'opera prima è curioso. L'impatto con il primo film è fondamentalmente il controllo dell'equilibrio della storia. Ti misuri con una vicenda che quasi sempre dura un'ora e mezza o al massimo un'ora e quaranta. Quindi compi sicuramente tanti errori nell'interno. Credo che questo sia un mestiere in cui devi scegliere quando il montaggio è finito; è una corsa contro il tempo insomma. Fare un film costa molto, i tempi istituzionali sono limitati e quindi si instaura un rapporto tra qualità e velocità, che spero di migliorare, facendo altri film.

JM: In qualche modo ti sei incarcerato nel mondo di liscio. Addirittura dedicherai un documentario sul liscio e su Casadei.

DC: Si lo sto facendo è quasi pronto. Ha il patrocinio dell'Università di Bologna e della Cineteca. Nasce da un’idea diversa rispetto al lungometraggio, pur essendo ugualmente divertente. È un progetto di etnomusicologia. È, infatti, un viaggio nella Romagna dagli anni venti agli anni settanta attraverso la vita di Secondo Casadei, che è lo zio del più noto Roul Casadei, nonché l'autore di Romagna Mia. Quest’immersione nella musica romagnola è francamente un’esperienza parecchio gradevole e umanamente molto forte. Sono vivi tantissimi testimoni ultra novantenni che ti raccontano cose incredibili.

JM: Quindi noi ti ringraziamo e aspettiamo questo documentario che sicuramente dischiuderà una finestra che pochi vogliono aprire sul mondo country-romagnolo, dove una musica, forse non attuale ma che nasconde una forma di verità, lega al passato le generazioni.

DC: Nasconde un’identità molto forte con la propria terra d'origine. Diciamo che ne è il risultato perfetto, come può essere il country americano che a differenza del liscio è stato esportato. Ma questo è un altro discorso.

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Davide Cocchi nasce a Forlì il 20 settembre 1964. Si laurea in Filosofia all’Università di Bologna. Realizza nel ’96 il videoclip “Voglio il sole” di Neffa e i Messaggeri della dopa – concept e regia con Dee-Mo Peressoni.
Nel ‘98 è autore e regista del cortometraggio in 35 mm “Petit Cadeau “ produzione Maxman. Nel ’99 cura la regia dello spettacolo teatrale “All’erta stò” rappresentato a San Vito del Friuli e a Bologna. Cura la regia del video promozionale (15’- dvcam) “Lion in the sun”, realizzato in Kenia, produzione Film Master Clip e del videoclip per Cliptelevision e Motion Picture House, tra cui “Season of your love” da Rent (special guest Skin), e “Five seconds” di Ominostanco (Virgin Records). Nel 2000 cura la regia del programma televisivo on the road “MTV Trip II” con i comici Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu.
Nel 2001 è regista del programma “MTV Trip Espana”. Nella primavera 2002 realizza il programma on the road per MTV MTV TRIP “Loser”. Nel luglio dello stesso anno cura la regia di due spot per Telecom Italia, che hanno come testimonial “Le Iene”: Alessia Marcuzzi, Luca e Paolo, e il videoclip sullo stesso tema del brano “Buonasera dottore”, remake di Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu. Nel mese di novembre dirige i nuovi spot Viakal ispirati alla serie tv ‘Friends’, per l’Europa.
A dicembre ha girato in Etiopia uno spot sociale a favore del VIS, associazione di volontariato, per sensibilizzare il pubblico sull’emergenza carestia in questo Paese; in occasione del viaggio, ha girato un documentario, in 16mm, sullo stesso argomento. “Ogni volta che te ne vai” è il suo film d’esordio.

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