“Diario di bordo” della terza serata

L’AMORE NON E’ UNA CROCIERA DI PIACERE
……. o quanto meno la sua navigazione non contempla soltanto mari calmi e paesaggi da sogno.
La serata di domenica 3 luglio (la proclamiamo fin da subito come una delle nostre preferite) ha schierato nove corti – nove di raffinata crudeltà, praticamente monotematici nella descrizione di un mondo psicopatico e surreale, costantemente sopra le righe e cieco di fronte a qualsiasi tipo di equilibrio.

E’ senz’altro il caso del corto olandese “Dajo” di Hanro Smitsman quasi una versione hard dei “Quattrocento colpi” di Francoise Truffaut; difficile scordare gli occhi profondi ed inquietati del piccolo protagonista, il suo rancore feroce per gli amanti materni ed il terribile finale, anticonsolatorio e antiretorico.
Ci siamo poi resi conto di come il divertimento spagnolo non si consumi solo sulla “Rambla” di Barcellona: basta incontrare gli squinternati commensali di un bar iberico dove si consuma un assurdo balletto da avanspettacolo, con l’improvviso atto di terrorismo finale.
Succede nel cortometraggio “7:35 de la mañana” di Nacho Vigalondo.
Ironica e caustica presa in giro del grigio mondo impiegatizio il corto ha sollevato un plebiscito di applausi in platea.
Cambio brusco di atmosfere per il seguente “Love me or leave me alone”, produzione inglese di Duane Hopkins; lontano da edulcorare i primi amori sullo stile “Tempo delle mele” l’autore concentra l’attenzione sull’acidità e la difficoltà di dialogo.
Semplicemente straordinari nella loro recitazione naturalistica i protagonisti.
Momento di pura poesia e sognante atmosfera da (dejeneur sur l’herbe) per il corto “Who killed Brown Owl” degli inglesi Molloy e Lawlor.
Attraverso un movimento di macchina fluido ed ipnotico i mille piccoli momenti di vita di un parco si infrangono contro l’orrore di un omicidio; il surrealismo della storia fa si che anche l’atto di morte passi attraverso una assonnata quotidianità.
Colonna sonora straordinaria elemento classico in più in una storia fortemente sovversiva.
Sé Edgar Allan Poe aveva identificato nel corvo il simbolo della minaccia e del male la ragazzina protagonista del corto “Chyenne” di Alexander Maier ingaggia addirittura una lotta corpo a corpo con il voltatile.
Arcana e tenebrosa fiaba nera si dipana nell’arco di pochi intensi minuti.
Una vecchia conoscenza di Maremetraggio il toscano Farncesco Falaschi firma invece il corto “Il minestrone”: l’umorismo paradossale che è tipico del regista affonda le radici nel quotidiano, come già gli accadde in “Cassa veloce” con la strepitosa Cecilia Dazzi; qui un tentato furto al supermercato diventa una macchietta da vaude ville. Il tutto in un acquario completamente muto.
Se è difficile raccontare le curve e gli strapiombi del mondo infantile senza cadere nel retorico, operazione ancora più ardua è quella di decodificare il momento senile.
Rinunciando ad ogni compiacimento sulla “bellezza della vecchiaia” l’autore iralandese Ken Wardrop compone un affresco lancinante sulla caducità delle carni e sul diritto di amare delle persone fisicamente non gradevoli.
Vero e proprio grand-guignol dalle reminiscenze gotiche per il corto “The kiss” di Toma Waszarow: eros e thanatos spinti all’estrema misura.
Il momento narrativamente più alto della serata arriva verso la fine con un vero e proprio capolavoro a passo ridotto: “Chlid in time” della slovena Maja Weiss.
Partendo dall’infelicità di un nucleo familiare ormai ridotto allo strillo e all’insulto, l’autrice intavola una sensibile e delicatissima analisi del microcosmo infantile.
Oltre ad utilizzare al meglio i due piccolissimi protagonisti, l’autrice riesce nell’intento di incastonare almeno quattro o cinque temi che si traducono in altrettanti frammenti di grande cinema.
Dal crollo del comunismo all’enigma della fede, dal barocco di certi contesti sacrali alle tentazioni del rock, dal bisogno di essere amati alla ricerca di un proprio mondo spirituale il film non omette un grande riferimento pittorico ed allegorico.
Quasi una fiaba “del nord”, non priva della durezza disincantata tipica di tanto cinema dell’est.
Parlare di Stefania Sandrelli significa ricostruire la storia degli ultimi quarant’anni del cinema italiano; impossibile dimenticarla in “Sedotta ed abbandonata”, “Divorzio all’italiana”, “Il conformista” oppure “Io la conoscevo bene”. E’ tra l’altro una elle attrici italiane più amate dal pubblico per la sua estrema sensibilità e disponibilità. La ritroviamo nel lungometraggio “Te lo leggo negli occhi” di Valia Santella.
Da Cristina Comencini a Fiorenza Archibugi le giovani autrici italiane hanno negli ultimi vent’anni dimostrato di possedere un’altra chiave di lettura nei confronti del mondo.
La giovane Santella dimostra un notevole senso della ricerca interpersonale e si concentra sulla comunicazione tra una madre e una figlia.
Minimalista e delicatissimo nel tratto, è un film che necessita di una visione attenta ed accurata, fatto com’è di segnali piccoli e fugaci.
Riccardo Visintin
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