“Diario di bordo” della sesta serata

A META’ DEL GUADO TRA FICTION E CARTONI ANIMATI
Capita, prima di quanto uno ci si aspetti, di ritrovarsi a metà del guado.
La nostra navigazione appassionata e per certi versi frenetica sulla barca di Maremetraggio raggiunge il suo cuore nevralgico; stiamo arrivando laddove viene chiamata a raccolta tutta la nostra supposta abilità di marinai.
In queste giornate clou ci sarà ancora più cinema, ancora più calore umano. E imprevisti, tanti imprevisti!

La serata di mercoledì ci porta innanzitutto una scintillante Michela Cadel in versione astronauta; è una giovane attrice triestina, ricordiamolo, di già caldo talento.
Presentatrice ufficiale di Maremetraggio 2005, chi ama il teatro la ricorderà al fianco di Giulio Bosetti.
Dopo le presentazioni usuali, eccoci nel ventre di papà Cinema; gli appassionati dell’animazione tirano un sospiro di sollievo: nessuno si è scordato di loro.
“Piccola Mare” di Simone Massi è uno scrigno piccolo piccolo: quattro minuti a tinte pastello, un bagno purificatore per lo spettatore frastornato da decine di personaggi umani visti nei vari corti.
Un uomo, un cane, una danza cadenzata: basta poco per creare una fiaba i gusto retrò.
Cosa succede quando manca la luce? Ce lo racconta con particolare sensualità il giovane regista Marco Costa in “Cose che si dicono al buio”; il corollario umano è quello di un gruppo di giovani non eccessivamente brillanti dal punto di vista celebrale.
Del resto è sabato sera e quello che conta è apparire “good looking”: ma se ci si mette di mezzo l’energia elettrica…
La bellezza di un’opera cinematografica assume un rilievo autoriale quando diventa esercizio stilistico. E’ il caso di “Argento e oro” di Michele Scaciga: una produzione italiana che in una cornice soffusa ed ipnotica ode alla iconografia sacra e non, si sviluppa attraverso un gioco cromatico di raffinatissima eleganza: davvero un lavoro d’orato e d’argentato.
L’immaginario collettivo è infarcito di piccoli e grandi segnali visivi che sono differenti da persona a persona; ognuno sedimenta nella memoria i propri, come lucidamente fa notare lo austriaco Johann Lurf con “(Untitled)”; ecco quindi uno schermo diviso in altrettanti dodici piccoli schermi.
Originale ed innovativo è un lavoro da apprezzare con attenzione.
Di grana drammatica spessa e tutt’altro che consolatoria la materia su cui è plasmato “Dad’s Car” del serbo Stanislav Tomic; siamo nei dintorni dell’autobiografia più dolorosa e coraggiosa, quasi una “Cronaca familiare” in versione jugoslava.
Take away, che passione… Nel mondo rintronato che ci ospita il servizio del cibo a domicilio è divenuto pratica usuale per chi è stritolato dalle maglie del tempo; ciò non toglie che al male e all’incomunicabilità si possa reagire ringraziando, appunto, il casuale contesto di un pasto per asporto.
Tutto questo succede in “Food” di Péter Fasakas, giovane ungherese con qualche carta artistica da giocare.
Si torna in Italia con un ulteriore frammento di animazione: sono gli agenti atmosferici ad intrigare una sensibile e giovane regista come Magda Guidi nel suo “Ecco, è ora”.
Infondo le stagioni sono un momento quantificabile in un soffio su un bel fiore: fermare questo momento sembra la più grande utopia umana.
A giudicare da certe scomposte e rumorose reazioni del pubblico, il cortometraggio di produzione inglese “Little things” che si deve al talento di Daniel Graves, si candida ad essere uno dei grandi successi popolari della corrente edizione di Maremetraggio.
Nell’ordine sfilano: un gatto preso a caldi nel sedere e buttato dalla finestra, un allampanato ladruncolo perseguitato dai sistemi dall’allarme ed altri improbabili personaggi destinati a una giornata quanto meno movimentata.
Miniatura di qualità per il filone del cinema d’animazione.
Come di consueto la serata si è conclusa con l’approfondimento dedicato ad un autore specifico; in questo caso una donna, vale a dire Catherine McGilvray.
Dopo l’apologo antropologico del cortometraggio “Voci di pietra”, si è passati alla visione di una sua opera più composita il lungometraggio “L’iguana”. Il film prende le mosse da un romanzo di Annamaria Ortese, che vive costantemente in bilico tra l’avventuroso e l’introspettivo; il baricentro è in questo caso una chiave a doppia mandata: si può decidere di fuggire dalla propria identità salpando sopra la propria barca a vela, così come fisicamente ci si allontana dai propri luoghi nativi per imbarcarsi in un gigantesco punto interrogativo.
Forse la cosa migliore del film è l’interpretazione degli attori, da Andrea Renzi al teatrale Tommaso Ragno.
Riccardo Visintin
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