“Diario di Bordo” della seconda serata

STORIE DI PICCOLI E GRANDI UOMINI
Dopo il debutto “forzato” al Cinema Excelsior causa nubifragio la nave di Maremetraggio riprende il suo porto abituale al Giardino Pubblico. Serata da tutto esaurito in quanto a presenze, ed una palpabile attesa per le proiezioni in programma.

Quasi a seguire un preciso disegno geometrico i cortometraggi in programma sabato sera sembrano ruotare intorno al medesimo tema: l’angoscia esistenziale o quanto meno la difficoltà di trovare un equilibrio degno di questo nome.
Batte bandiera italiana il primo corto “Il corridoio” di Vittorio Badini Confalonieri particolarmente affascinante nella resa narrativa di un racconto tra il gotico e il fantastico.
Il corridoio del titolo diventa un passe-partout per accedere ad un mondo di fantasia.
E’ encomiabile la delicatezza usata nel tratteggiare il mondo dell’infanzia.
Ti tutt’altro sapore il successivo lavoro “Headway” dello svedese Jens Jonsson: quasi un tentativo di teatro da camera alla Ingmar Bergman attraverso la vicenda di un uomo non più giovane.
Torniamo ai sentieri italiani con il curioso “Zinanà” di Pippo Mezzapesa: anche qui un chiaro aggancio al mondo dell’infanzia serve all’autore per intavolare un intenso apologo sui desideri dei piccoli e dei grandi uomini. Menzione d’onore per la fotografia, visto e considerato l’abuso di film girati al Sud troppo spesso demagogici.
Il versante drammatico del corto “Goodbye” di Steve Hudson è forse il più motivato visto nel corso della serata. Un ritratto quasi neorealista sulla comunicazione mancata degli sconfitti.
Si parla di droga ma il riferimento culturale più logico è il testo “La voce umana” di Jean Corteau.
Rilevanti le scenografie, di grigia e desolante consapevolezza.
Conclusione di qualità con il corto rumeno “Cigarettes and coffee” di Cristi Puiu: attraverso il caso di un uomo abbandonato dalla giovinezza mortificato nell’ambito professionale, siamo di nuovo nei dintorni di una lucida analisi sociale sempre filtrata attraverso le peripezie di un singolo.
La difficoltà di vivere a conti fatti racchiude tutti i piccoli film presenti in cartellone.
Sale la temperatura dell’angoscia e della disperazione quando compaiono sullo schermo i primi momenti del lungometraggio “Il silenzio dell’allodola” di David Ballerini.
L’argomento era dei più ostici affrontato dal cinema internazionale a più riprese e con alterni risultati.
In questo caso il labirinto mostruoso in cui si ritrova il giovane irlandese Bobby Sands (affiliato alla compagine dell’IRA) prende corpo attraverso l’ eccezionale mimica del protagonista Ivan Franek presente in sala.
Funge da corollario un gruppo di attori italiani provenienti dal nostro miglior palcoscenico; da Flavio Bucci ad Marco Balliani fino Anna Maria Gherardi siamo di fronte ad uno di quei rari casi in cui il teatro incontra il cinema senza entrare in rotta di collisione.
Il ricordo del cinema italiano di denuncia degli anni ’70 è vivo nella memoria del pubblico e contestualmente anche in quella del succitato Ballerini.
Riccardo Visintin
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