Cinema, azione ed impegno

Francesco (alias Citto) Maselli, nato a Roma il 9 dicembre 1930, a diciannove anni si diploma presso il Centro Sperimentale di Cinematografia. Dopo essere stato assistente di Luigi Chiarini, si avvicina la mondo del cinema come sceneggiatore di Michelangelo Antonioni (Cronaca di un amore, La signora senza camelie).

Francesco Maselli

Cinema, azione ed impegno

intervista a cura di Riccardo Visintin

Riccardo Visintin (RV): Siamo al festival di Maremetraggio ed abbiamo finalmente l’occasione di incontrare uno degli ospiti più attesi, un grandissimo regista italiano, Francesco Maselli.
Il regista de I Delfini, di Storia d’amore, di Lettera aperta ad un giornale della sera, e di tantissimi altri grandi film.
Una prima domanda sulla grande tradizione cinematografica che insieme a lei ingloba molti registi (da Francesco Rosi a Mario Monicelli, da Luigi Comencini ad Elio Petri): dal suo punto di vista, di persona che ha un’esperienza infinita in questo senso, qual è la differenza tra la vostra generazione storica di registi e sceneggiatori “di ferro”e quella attuale?

Francesco Maselli (FM): Sì, io ero un ragazzino precoce e già negli anni Quaranta ho incominciato a fare l’aiuto regista e i miei primi documentari. Ho dunque una certa conoscenza di tutto questo lungo periodo – ho fatto anche venti puntate per la televisione su quell’argomento – e credo di poter apparire, in questo senso, un testimone molto interessante.
Ho la sensazione che negli ultimi due o tre anni si sia manifestato uno strano ed inaspettato risveglio da parte dei giovani, perché è vero che il cinema italiano ha subìto una terribile fase di spegnimento, di febbre, di voglia espressiva, di voglia di racconto, una specie di grande vento di mediocrità. C’è stata una fase, lunghissima devo dire, da metà degli anni Settanta in poi, in cui è stata la televisione la vera committente.
Nel 1976, con la legge della liberalizzazione della televisione “senza regole”, (e ci sono voluti poi diciannove anni per avere le regole), si è automaticamente creata una dipendenza totale del cinema.
Il cinema ha finito di avere un suo mercato, le sale sono passate da 4000 a 730 in pochi anni – un crollo totale –, e in quella fase specifica il cinema ha vissuto una totale dipendenza.
L’unica speranza era che RaiDue o RaiTre  finanziassero un film e magari lo facessero pure vedere, quella già era una cosa auspicabile.
In questa fase il cinema italiano si è spento, ma da un po’ di tempo è rinato un po’ il mercato, anche se non veramente. Mi sembra vero, invece, che è rinata una grande voglia di raccontare delle cose, abbiamo visto ieri sera un bellissimo film, Liberi, che sviluppa un discorso sulle generazioni, al di là del raccontino, ed è importante perché rispetta il bisogno di raccontare delle cose che ci riguardano tutti, questo è il punto.

RV: Io mi aggancio alle sue parole citandole un collega – credo anche un suo amico – che abbiamo incontrato un anno fa proprio a Maremetraggio: Giuliano Montaldo.
Giuliano Montaldo mi spiegava l’importanza che gli autori della vostra generazione (Comencini, Rosi, Pontecorvo, e Maselli naturalmente) riponevano nei propri sceneggiatori, che erano professionisti di altissimo livello. Secondo Montaldo, questo oggi si è perso, insieme alla preoccupante dipendenza dal tubo catodico, alla tendenza a sollecitare gli istinti più bassi dello spettatore. Inoltre, non ci sono delle sceneggiature che marcino come dovrebbero. Secondo lei è questo il vero problema del cinema italiano, la mancanza di sceneggiatori del livello di Rodolfo Sonego o Suso Cecchi d’Amico?

FM: No, io non sono di questo avviso. Ci sono ancora sceneggiatori di livello, Furio Scarpelli e Suso Cecchi D’Amico sono ancora vivi, vegeti ed operativi. Lavorano ancora, e lavorano benissimo. Sono ancora in attività registi come Ettore Scola e Mario Monicelli.
Anche io stesso, che ho iniziato come sceneggiatore per Michelangelo Antonioni in Cronaca di un amore.
Io sono dell’idea che quello non sia il punto cruciale, che credo invece sia da ricercare oltre nei problemi pratici e politici di cui parlavamo prima, quelli per i quali è stato distrutto il mercato cinematografico causa la dipendenza dalla televisione, ma anche nella campagna denigratoria all’interno della sinistra in particolare, contro l’impegno. Si è creata quella che io chiamo una “cultura del disimpegno”, perché c’era la noia, c’era l’irritazione verso quello che era stato forse un eccesso nella volontà di dire delle cose politiche e sociali.
Ci si è stancati del sociale, ed allora è stata lanciata una campagna opposta, arrivando a delle situazioni proprio grottesche. Ricordo che su certi giornali di sinistra i film cileni contro il regime di Pinochet venivano considerati insopportabilmente noiosi perché riproponevano il tema della polizia. C’è stata una vera e propria insofferenza, più che della critica, direi proprio da parte della cultura di sinistra, che ha creato un vero e proprio allontanamento da parte dei giovani.
Io lo dico autocriticamente: faccio parte del mondo della sinistra, e poi ho mantenuto una polemica vivacissima su questi temi.

RV: L’ultima domanda è questa, anche a costo di fare un’intervista nostalgica, vorrei parlare degli attori. Abbiamo perso in questi ultimi anni dei grandi interpreti, da Vittorio Gassman ad Alberto Sordi, da Gian Maria Volontè a Nino Manfredi. Però il cinema italiano va avanti, e cerca di andare avanti con delle facce nuove, con degli attori nuovi che provengono dal teatro o magari in maniera un po’ confusa provengono da altri ambienti e poi s’incanalano nel cinema. Lei per esempio ha scoperto Valeria Golino, nel suo film Storia d’amore. Ci sono degli attori che le piacciono, intravede un ricambio?

FM: Assolutamente sì, dobbiamo stare attenti alla nostalgia.
Sì, certo, la morte di Volontè è stata una tragedia per tutti noi perché lui era quasi insostituibile, ed abbiamo sofferto anche per la scomparsa di altri attori.
Noi dobbiamo però pensare che sono nati tanti nuovi attori, una quantità enorme, pensa a Sergio Castellitto, attori ed attrici di grandissimo livello, pensiamo a Margherita Buy. Poi non voglio fare altri nomi perché non sarebbe bello… Quello che voglio dire è che c’è stata proprio una fioritura di giovani attori, pensiamo anche alla protagonista di “Liberi”, Nicole Grimaudo, che al suo primo film importante ha fatto una prestazione straordinaria. C’è poi il film La spettatrice od anche a Barbara Bobulova. È quasi ininterrotta la nascita e la proposta di
Non si dice mai, ma il vero mio orgoglio, a parte la Golino, è Stefano Dionisi che ho lanciato come protagonista – senza fare neanche mezzo provino, perché aveva e ha un talento autentico – ne Il segreto con Nastassja Kinski.

RV: Anche Sabrina Impacciatore, che ci raccontava proprio qui che quando l’ha vista materializzarsi negli studi televisivi di Macao ha avuto quel che si dice un “coccolone” dalla sorpresa.

FM: Fu uno scherzo diabolico che organizzò la Parietti che mi telefonò e mi chiese di intervenire a sorpresa e a Sabrina venne un colpo. Poi lei ha fatto un film con me, è molto brava e simpatica.
Anche Virna Lisi tanti anni fa ha fatto il primo film da protagonista con me in La donna del giorno.
Posso dire che c’è da parte mia un interesse particolare sui giovani, e c’è ne sono tanti e quindi non c’è nulla da temere!

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Francesco (alias Citto) Maselli, nato a Roma il 9 dicembre 1930, a diciannove anni si diploma presso il Centro Sperimentale di Cinematografia. Dopo essere stato assistente di Luigi Chiarini, si avvicina la mondo del cinema come sceneggiatore di Michelangelo Antonioni (Cronaca di un amore, La signora senza camelie). Contemporaneamente realizza numerosi documentari, spesso dedicati al mondo dell'infanzia. Attività che prosegue anche dopo il suo debutto nella regia del lungometraggio e per la quale si meriterà una rassegna curata da Alain Resnais per la Cinémathèque Française. Nel 1953 dirige, insieme a Cesare Zavattini, Storia di Caterina (episodio di Amori in città), finché a 24 anni firma il suo primo film, Gli sbandati (1955), storia di un giovane dell'alta borghesia che, durante l'ultima guerra, si confronta con un gruppo di partigiani. Accolta clamorosamente alla Mostra di Venezia, quest'opera prima testimonia già quell'impegno politico che resterà una costante emblematica di tutto il suo cinema. Un cinema teso a cogliere le conflittualità sociali attraverso l'ottica di una borghesia in profonda crisi di identità, come dimostra ne I delfini (1960), tratto da un soggetto di Antonio Pietrangeli. Se come regista può contare sull'appoggio di Franco Cristaldi, produttore colto e illuminato, con gli attori gli capita di incontrare qualche problema. Durante la lavorazione de Gli indifferenti (1964), dall'omonimo romanzo di Alberto Moravia, fatica non poco per neutralizzare invidie e gelosie fra Paulette Goddard e Shelley Winters, e deve darsi molto da fare per rassicurare Rod Steiger, sconvolto da un drastico cambiamento di sceneggiatura. Ma l'attore americano si tranquillizza subito quando si accorge che le modifiche apportate renderanno più interessante il suo personaggio. Dopo la metà degli anni '60 si allontana da quel cinema di denuncia con cui si era imposto all'attenzione del pubblico e della critica e gira due film, Fai in fretta ad uccidermi… ho freddo (1968) e Ruba al prossimo tuo (1969), ispirandosi alla commedia sofisticata americana degli anni '30 e '40. Anche se gli attori sono di tutto rispetto (Monica Vitti e Jean Sorel per il primo; Claudia Cardinale e Rock Hudson per il secondo), gli esiti non sono positivi. Nel 1970 torna allo stile a lui più congeniale e, attraverso un tragitto coraggiosamente autobiografico, denuncia velleità e contraddizioni di certi intellettuali della sinistra italiana. Con Lettera aperta a un giornale della sera si attira molte critiche, senz'altro molte di più di quelle destinate a un film che dieci anni dopo toccherà lo stesso argomento, La terrazza (Ettore Scola, 1980). Dopo essere stato uno dei promotori delle 'Giornate del cinema italiano' alla Mostra di Venezia, dirige Il sospetto (1975), considerato uno dei film più importanti della sua carriera. In seguito intraprende un'intensa attività televisiva. Nel 1984 espone al Museo d'Arte Moderna di Parigiuna serie di autoritratti fotografici, realizzati tra il 1977 e il 1980. Quando torna a dirigere un film per il grande schermo, Storia d'amore (1986), si aggiudica il Premio Speciale della Giuria al Festival di Venezia e il premio per la migliore interpretazione femminile, assegnato a Valeria Golino. Nel 1988 dirige Codice Privato (1988), tratto liberamente da La voix humaine di Jean Cocteau, a cui è stato dedicato il film. Il tema della difficoltà nei rapporti tra uomo e donna viene toccato in Storia d’amore e Il segreto (1990) con evidenti richiami alla psicanalisi. Ne L’alba (1991) Nastassja Kinski interpreta il ruolo della tormentata protagonista, coinvolta in una tormentata relazione amorosa con un uomo (Massimo Dapporto). Risale al 1996 la direzione di Cronache del terzo millennio, ambientato in un ipotetico scenario futuro non lontano. Il compagno (1999), pellicola destinata alla platea televisiva, racconta la storia di un giovane suonatore di chitarra, che nell’anno della sua presa di coscienza morale e politica, entra in contatto con lo straordinario e contraddittorio ambiente dell’avanspettacolo romano. Nel 2001 Citto Maselli coordina il lavoro di 33 registi e dirige il progetto collettivo Another world is possible (2001). Negli ultimi anni firma Firenze, il nostro domani (2003), il documentario Lettere dalla Palestina (2002), il cortometraggio Gesù (2002). La sua ultima opera, prodotta dall’Istituto Luce, risale al 2004: Frammenti del ‘900 è un viaggio attraverso la cultura italiana dagli anni ’30 agli anni ’60, raccontato in prima persona dallo stesso regista e dai suoi ospiti in quanto testimoni e protagonisti di quel periodo.

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