Il cinema in prospettiva


Francesco Falaschi, nato a Grosseto nel 1961, si è laureato in Storia del Cinema a Firenze, con una tesi su Robert Altman. Ha collaborato con la rivista “Segnocinema” e con altre riviste specializzate pubblicando articoli di critica e saggi brevi ed è condirettore del Festival “Storie di Cinema” a Grosseto…

Francesco Falaschi
Il cinema in prospettiva

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Sara Visentin (SV): Siamo qui con Francesco Falaschi, regista del film Emma sono io e gli poniamo alcune domande. Lei è passato dal corto al lungometraggio con il film Emma sono io. Questo è stato un passaggio definitivo oppure pensa di continuare ancora a confrontarsi con il corto?

Francesco Falaschi (FF): Sicuramente non è definitivo. L’ultima cosa girata è appunto un corto che ho fatto circa sei mesi dopo il film e si chiama Cassa veloce; questo poi è andato in giro in sala assieme al lungometraggio. E’ stato un grande piacere perché ho riunito di nuovo la troupe di Emma sono io e anche parte degli attori. Quindi assolutamente non demordo dal mondo del corto che è affascinante e divertente, e che rimane comunque una prospettiva perché ci sono delle storie da raccontare che possono essere sviluppate solo con il corto. Per esempio, proprio ieri sera a cena, raccontavo a Cecilia Dazzi di una storia vera che potrebbe diventare un bellissimo cortometraggio. Il problema è che le occasioni di trovare i finanziamenti, gli stimoli e soprattutto la distribuzione dei cortometraggi sono paradossalmente più difficili. Raggiungere un pubblico consistente con il corto è piuttosto difficoltoso.

SV: Da dove sono stati tratti gli spunti per Emma sono io? E per il corto Quasi fratelli?

FF: Sono solo degli spunti di vita reale. Il corto Quasi fratelli è nato da un episodio che mi è stato riferito su una signora anziana che si era vista arrivare dagli Stati Uniti i nipoti, mai conosciuti, che non parlavano l’italiano e che, una volta arrivati a casa sua, l’hanno salutata e hanno aspettato per ore un interprete. Allora io ho immaginato che ci potesse essere uno scambio di persona, perché loro non avevano la certezza di trovarsi di fronte alla persona giusta e da qui è nata quest’idea. Invece il film Emma sono io nasce dal mio incontro con alcune persone che avevano e hanno un disturbo dell’umore abbastanza lieve e non patologicamente rilevante, pertanto curabile e contenibile. Queste persone, che ho conosciuto, mi hanno affascinato per la loro generosità e per la loro capacità di mutare gli equilibri all’interno della famiglia o del gruppo di amici, poiché cercano sempre di dire la verità. E da qui il paradosso: la malattia, uno scompenso neurologico pur non gravissimo e che fa parte della loro personalità a tutti gli effetti, diventa la risorsa non solo del malato ma anche degli altri.

SV: La parte di Emma nel film è interpretata da una spiritosa Cecilia Dazzi, che in un primo tempo era stata chiamata per interpretare la parte di Marta: cosa l’ha colpita di lei e che cosa l’ha spinta a cambiare la sua idea di partenza?

FF: Diciamo che non puoi capire fino in fondo se un attore, che hai conosciuto solo in altre interpretazioni di film, sia adatto o no per quella parte. Quando io ho incontrato Cecilia ho avuto la netta sensazione che lei potesse veramente essere quel personaggio e ho avuto anche la sensazione, poi confermata, che fosse una persona non solo bravissima – questo era chiaro e risaputo – ma anche professionalmente molto seria. Infatti, lei stessa ha preparato un provino molto complesso che implicava la memorizzazione di copioni molto lunghi, e l’ha affrontato con grande serietà. Una volta visto il provino non ci sono stati più dubbi, anche se in realtà Cecilia era stata considerata tardivamente per questa parte, e ciò in merito ad una questione d’età: infatti avevamo pensato ad una protagonista che avesse almeno 35 anni. Ai tempi, credo lei ne avesse trenta e questo ci aveva un po’ fuorviato. Poi, una volta conosciuta e fatti i provini, non abbiamo avuto più dubbi.

SV: Crede che il corto abbia un futuro all’interno del cinema italiano o lo considera solo come un banco di prova per aspiranti registi? Lei ritiene si possa ampliare lo spazio riservato al corto? Mi riferisco al fatto che in tv si è iniziato con Corto5 su Canale 5 oppure con l’iniziativa, adesso interrotta, di mandare in onda dei corti prima del film stesso. Questo è sufficiente oppure servirebbero altre cose?

FF: Dunque, ti rispondo prima guardando all’utile. Il corto, anche solo nella scoperta di nuovi talenti, ha comunque una funzione nobilissima e questo già basterebbe. Secondo me, il corto non dovrebbe essere pensato puramente in un’ottica di guadagno, ma dovrebbe essere visto come un audiovisivo che, una volta prodotto adeguatamente, va a formare nuovi autori. Il corto dovrebbe avere un riscontro commerciale, perché in una logica industriale di puro guadagno, è chiaro che devi formare nuovi talenti e contemporaneamente far produrre un film ad un valido produttore. Ti faccio un esempio: un corto solo non basta a far capire chi sei; se io fossi un produttore di lungometraggi – lo sono sporadicamente di corti – vorrei vedere non uno, ma almeno tre o quattro corti. E questo non solo per una questione di esperienza, ma anche per vedere come l’autore ha saputo cavarsela in certe situazioni. Sono molti gli esempi di autori che hanno fatto un corto di grande successo e poi, nel lungometraggio, si sono rivelati autori piuttosto deboli: questo perché cambiavano genere o perché, pur rimanendo nello stesso genere, non riuscivano assolutamente a reggere un intero film e a costruire un personaggio credibile. Invece con sei, dieci minuti, grazie alla forza di un’idea, erano riusciti a fare dei piccoli capolavori. Quindi i corti sono molto utili, anche se in realtà rappresentano una perdita per l’industria cinematografica. Penso che tutto sommato la strada del cortometraggio sia migliore di quella dell’aiuto regista o dell’assistente alla regia. Forse la via migliore è combinarle. Da un punto di vista economico dovrebbe essere fatto qualcosa in più per attirare gli sponsor: distribuire i corti in modo che tutti gli anni se ne possano produrre una cinquantina con un budget reale. Infatti se l’autore fa un buon lavoro, di dieci o venti minuti, e va in sala, alla fine diviene un “credito” presso il pubblico: ci si fa un nome, fondamentale sia per l’autore che per la produzione. In conclusione bisognerebbe rafforzare quello che c’è, senza velleità di lucro, e rafforzare anche gli investimenti.

SV: Quali sono i registi che ama guardare, a cui si ispira e per quali motivi?

FF: Sicuramente Robert Altman o Jonathan Demme, che ho studiato, e su cui ho scritto un libro, ma anche Billy Wilder e poi molti italiani. Tra quelli che vedo più volentieri ci sono sicuramente Virzì e Moretti. Poi c’è molta parte della commedia italiana: Risi, Pietrangeli, ed altri.

SV: Come ha vissuto il passaggio dal corto al lungo? Mi riferisco al fatto che quando si fa un lungo ci sono più attori, più ruoli di cui tenere conto e tutta una serie di dinamiche che complicano la direzione. Che cosa ha imparato di nuovo dall’esperienza del lungometraggio?

FF: Il modo di operare è stato simile a quello dei corti perché c’è stata una grande collaborazione con gli attori e con i tecnici. La maggior parte delle persone aveva già lavorato con me nei corti e quindi non c’è stata una forte divergenza, c’è stata anzi molta continuità. Anche lo spirito è stato quello del corto: fare un lavoro migliore possibile senza pensare a logiche troppo commerciali; per esempio gli attori sono stati scelti in base all’aderenza che avevano con i personaggi e per la loro bravura. E’ questa una logica che in fondo paga perché l’attore deve essere bravo e adatto alla parte: non si possono escogitare stratagemmi. Se poi è anche uno di quei tre o quattro attori che fanno parte dello star system, è veramente un miracolo. Il bel film non nasce dall’attore, ma da un insieme di cose che deve funzionare. Quindi il tono, il divertimento, la passione, forse anche l’ingenuità, è stata molto simile nel passaggio dal corto al lungo.

SV: Per spiegare il senso del film si usa una frase di Luciano Bianciardi “Ognuno ha un lato nascosto, e spesso è il migliore”. L’Emma che vediamo nel film è una persona malata che cerca di nascondere la sua malattia, ma quando tutto viene a galla, sia noi spettatori, che i suoi amici e la sua famiglia, ci innamorano dell’Emma iperattiva e spontanea. Nella realtà di tutti i giorni è possibile trovare ancora delle persone che hanno il coraggio di mostrare senza paura il loro lato nascosto, riuscendo anche ad essere accettate da coloro che gli stanno intorno? Lei stesso è riuscito a far emergere quello che è il suo lato nascosto grazie a questo film?

FF: Sicuramente questa è una problematica quotidiana. In fondo quando si comunica con una persona? Quand’è che si è amici e perché si è amici? Ciò accade nel momento in cui ci si spoglia di una maschera e si riesce a condividere, accettandoli, i proprio difetti. Penso di essere amico di una persona quando penso di poter parlare dei miei lati più deboli, più controversi, meno eclatanti e meno vincenti; quando riesco a condividere e a farmi accettare, forse anche apprezzare per i miei limiti; quando riesco a parlarne con qualcuno che non solo mi gratifica ma anche mi critica o mi fa capire ironicamente qualcosa. Allora mi sento di essere veramente amico di qualcuno. E’ una problematica presente nella vita di tutti i giorni, nei rapporti più quotidiani, ma in quelli più veri.

SV: Progetti, prossimi programmi?

FF: Una commedia drammatica con protagonisti maschili, questa volta, ma sempre piuttosto corale. Sarà ambientata in provincia, non in questo limbo della collina estiva, ma in una piccola città. Sarà la storia di due fratelli e di una famiglia, e del confronto tra due persone opposte che forse tanto opposte non sono.

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Francesco Falaschi, nato a Grosseto nel 1961, si è laureato in Storia del Cinema a Firenze, con una tesi su Robert Altman. Ha collaborato con la rivista “Segnocinema” e con altre riviste specializzate pubblicando articoli di critica e saggi brevi ed è condirettore del Festival “Storie di Cinema” a Grosseto.
Ha scritto per l'editrice “Il Castoro” il saggio su Jonathan Bemme, pubblicato nel 1997. Ha curato per Giunti il volume “Scrittori e cinema tra gli anni '50 e '60”.
Ha pubblicato vari saggi brevi su Altman (Filmcritica), Lizzani (Editori Riuniti), Wenders (ed. Loggia dei Lanzi). Nel 1998 ha ideato e realizzato per 21 allievi il videolaboratorio Catchers in the Rye, per Mediateca Toscana, Provincia di Grosseto, Coop Toscana Lazio.
Ha realizzato, come regista, sceneggiatore e/o produttore esecutivo, dal 1990 ad oggi, numerosi video e documentari (naturalistici, pubblicitari, didattici e istituzionali) tra i quali: Schermi bianchi (1993), Furto con destrezza (1995). Nel 2002 cura la regia e la sceneggiatura di Emma sono io. Ha inoltre diretto spot pubblicitari, docu-fiction, cortometraggi come: Soares contabile metafisico (1991), Addio a Kansas City (1994), e Quasi fratelli (1998). Quest'ultimo, in particolare, ha ottenuto numerosi riconoscimenti: nel 1999 il David di Donatello per il migliore cortometraggio, terzo classificato al Premio del Pubblico per Linea d'ombra a Salerno, miglior cortometraggio presso la Cittadella del Cinema Indipendente di Arezzo, Premio Trevignano a Renato Carpentieri, come migliore attore; nel 2000 il premio Maremetraggio per la Miglior sceneggiatura.