Diario di bordo 2011

8 LUGLIO – QUEL BAGNO DI SPUMA NELLA FONTANA DI TREVI…

QUEL BAGNO DI SPUMA NELLA FONTANA DI TREVI…
Maremetraggio 2011 vive la sua fase più piena ed euforica, quella da gustare attimo per attimo.
Mentre l’Italia è sotto la morsa di un caldo a dire poco tropicale, puntuali come non mai siamo al Giardino Pubblico per la consueta serata di cortometraggi.
Di bianco vestito, sorridente e simpatico, il giovane Andrea Bosca è arrivato a Trieste ed è proprio come ce lo aspettavamo: semplice e simpatico.
Inizio serata all’insegna di una memoria cinematografica collettiva a cui tutti siamo molto legati: “DOLCE VITA MAMBO!” di Antonello Sarno è un backstage ritrovato dallo squisito bianco e nero; ritroviamo Mastroianni, Anita Ekberg e Fellini al loro apogeo, tra un brindisi a via Veneto e qualche flash fotografico impertinente. Omaggio sentito e apprezzato.
L’autrice spagnola Cristina Molino vuole giocare con le mille possibilità della cinepresa e del montaggio; il suo “TE VAS?” immobilizza gli attori in pose quasi teatrali, ma sono azioni sceniche ingessate a tutto favore del cortometraggio, che oltrepassa la soglia del Reale.
Produce la Think Mol, ed è una gradevolissima proiezione.
“STANKA GOES HOME” di Maya Vitkova sventola bandiera bulgara, ed è una traversata attraverso le grigie scale di un condominio; la desolazione umana e il senso di impotenza possono acuirsi anche in situazioni di disagio quotidiano; un’altra ennesima dimostrazione di come il cinema “al femminile” riesca sempre a fornire una chiave di lettura alternativa.
“SZULETESNAP” di Sandor Csukas puntualizza quello sguardo a volte “spostato” dal baricentro consueto del mondo dell’infanzia che non tutti sono in grado di concretizzare.
Si tratta di un lavoro ungherese sempre condotto all’insegna del understatement.
Mentre, come simpatiche formiche cinefile, le presenze del backstage di Maremetraggio non perdono un frammento della serata, arriva la finale, fulminante visione del cortometraggio fuori concorso “VIVERE UNA FAVOLA” di Alice Tomassini.
A parere di chi scrive è un lavoro di ineguagliabile delicatezza, un ritratto di bambina sola o comunque in area di solitudine perenne, dalla straziante veridicità; complimenti sinceri ad un’autrice che salta a piè pari ogni trappola di déjà vu o peggio ancora di retorica, per offrirci una meteora di immagini sul mondo dei piccoli che non dimenticheremo.
La presenza del già citato Andrea Bosca permette la proiezione successiva ai corti del lungometraggio “AMORE, BUGIE E CALCETTO” di Luca Lucini, dove il talento ancora embrionale di questo giovane interprete appare comunque presente.
Esiste tutta una nuova corrente del cinema italiano che può contare su presenze nuove ed incentivate ad una maturazione artistica; come sempre Maremetraggio permette un proseguimento interpersonale delle visioni appena assimilate mediante gli incontri aperti al pubblico.
Sede preposta quest’anno, come già relazionato nei giorni scorsi, è l’Hotel Savoia Excelsior Palace dove Andrea Bosca lui meme sabato mattina sarà a colloquio.
Tra le presenze non ancora citate di Maremetraggio 2011 ci ha colpito per umanità e semplicità l’americano Mark Shilling: critico cinematografico, esperto di arti visive specialmente di area nipponica, si è subito ambientato tra le personalità italiane del nostro festival.
Last but not least, chi ama lo sport e quel senso quasi poetico dell’agonismo, avrà apprezzato venerdì sera il film “TATANKA” di Giuseppe Gagliardi: altro nome nostrano da tenere d’occhio.
Appuntamento a sabato, stavolta già dalla mattina per i succitati incontri all’Hotel Savoia e per gustare le eccitanti cerimonie di premiazione.
Tutta materia del prossimo diario di bordo, che non mancheremo di arricchire con le ultime avventure vissute.

7 LUGLIO – SOTTO LE STELLE … DEL GIARDINO PUBBLICO

SOTTO LE STELLE … DEL GIARDINO PUBBLICO
Sotto le stelle del jazz, era il titolo di una famosa canzone di Paolo Conte, ma da quando c’è Maremetraggio, è tradizione giocare un pò con i titoli.
La serata fresca e rossa – almeno a guardare il cielo che a volte è ingannatore – si segnala per la ricchissima maratona di visioni che recupera quelle perse per esigenze pluviali.
Nastro di partenza per il naturalista ritratto familiare di COLIVIA di Adrian Sitaru: lui è un giovane regista rumeno straordinario nel dipingere le discussioni piccole e grandi, i momenti di incomprensione insiti in ogni nucleo domestico.
Ancora lo stesso perimetro geografico per il breve bozzetto sociale di DIN PARTEA CASEI di Dragos Iuga; ci si affeziona subito a questo vetusto e indifeso suonatore di fisarmonica, e il film è orgogliosamente dedicato a chiunque suoni per la strada. Sempre desta l’attenzione del corposo pubblico presente.
Non fa male in un epoca di comunicazione spinta oltre ogni eccesso e di over talking sfrenato, ritrovare le suggestioni del cinema muto come ci permette Myroslav Slaboshpytskiy; trattandosi di studenti sordo muti e della loro quotidianità in un collegio, gli unici rumori sono quelli onomatopeici e stradali. Particolarmente efficaci le sequenze in automobile, GLUKHOTA è un lavoro ucraino prodotto e distribuito dalla Arthouse Traffic lls. 
Sembra desunto dallo storico “Blair Witch Project” il gelido, innevato incubo creato dal polacco Bartosz Kruhlik dove un macabro scherzo mediante videocamera si commuta in una vicenda dalle reminiscenze quasi metafisiche. Buona la prova degli attori e la fotografia quasi cristallizzata di Daniel Wawrzyniak; succede in HTTP://.
Come non affezionarsi al cagnetto casinista e affetto da smania di protagonismo del cortometraggio di animazione LISTEN TO ME! Di Elena Rogova? se potesse con la zampa firmerebbe il vecchio adagio di Andy Warhol  “chiunque sarà famoso per 15 minuti”. Applausi a dir poco assordanti.
Il talento esistenzialista e pessimistico di Nick Cave funge da materia di ispirazione per il cortometraggio polacco MILLHAVEN di Bartek Kulas, dove una curiosa adolescente dai capelli stile Medusa ci coinvolge in una ballata sulla vita e sulla morte; colonna sonora dello stesso Nick Cave.
Bisogna avere una grande concentrazione e anche un pò di predisposizione a siffatte tematiche per apprezzare un lavoro assolutamente non convenzionale come PASSING dell’irlandese David Freyne, dove i cancelli non colorati ne consolatori della sofferenza si aprono per il regista come per lo spettatore.
Parzialmente interrotta durante la serata di pioggia ampiamente relazionata, la simpatica vicenda  in stile operetta austriaca rappresentata da LEÇON DE TÉNÈBRES di Sarah Arnold, che è contemporaneamente un saggio sulla bellezza quasi sfrontata della musica classica ed uno studio sulla senilità, nella seconda parte il lavoro perde il proprio senso satirico per diventare poetico e romantico.
Ci spostiamo sui sentieri francesi per i tre velocissimi minuti del film di animazione PIXELS di Jean Patrick, una previsione sul futuro e su come le memorie computerizzate possono travalicare la volontà dell’uomo.
Sembra prerogativa dei giovani autori l’analisi a volte romantica a volte spietata di quella fase della vita che precede la fine di ogni esperienza terrena; diventa quindi quasi insostenibile la tensione emotiva che suscita il calvario dell’anziano protagonista di SCENT di Darren Bolton: in fondo a quel capezzale siamo chiamati tutti noi.
Molti soggetti di sesso maschile si riconosceranno nel giovane innamorato e persino violento al centro del corto di animazione CAFÉ ALLONGÉ di Maxime Paccalet: tra piroette di stampo orientale, salti assortiti, cadute e tumefazioni, la conquista di una bellissima sconosciuta può veramente fare uscire di senno. Animazione dai contorni onirici molto apprezzata dal pubblico.
Vorrebbero una scintilla di intimità e raccoglimento gli innamorati di ON NE MOURRA PAS; il brindisi per essere momentaneamente sfuggiti alle lame della guerra viene invalidato da un problema tecnico. Buon linguaggio simbolico per un cortometraggio che batte bandiera francese.
Frutto della coproduzione tra Giappone e Stati Uniti, JITENSHA di Dean Yamada ci trasporta accanto ad un giovane dagli occhi a mandorla progressivamente privato della sua bicicletta; il suo lungo tragitto tra strade, vicoli, ambienti popolosi e fumosi rappresenta il viaggio interiore a cui ogni soggetto umano va incontro; menzione d’onore per il giovane protagonista Yugo Saso.
Dolcissimo, tenero, quasi ammantato di una spessa polvere retrò: DOMINGUEROS della giovane autrice Nuria Gonzales Blanco, è un biscotto d’animazione friabile e simpatico.
Di tutt’altra pasta il lungo tunnel di pene e di angosce sceneggiato da Rafal Samusik per il suo REAL: la ricerca disperata di un autore che si nasconde dietro le tende mediatiche di internet è pretesto per parlare di malattie mortali e di come – attoniti – ci si può rapportare ad esse. Senza un filo di retorica il lavoro proviene dalla Polonia e conclude una lunga serata di proiezioni piacevolmente eterogenee.
Appuntamento a venerdì sera, mentre Maremetraggio 2011 si avvicina al suo clou.
Riccardo Visintin

6 LUGLIO -PRIGIONIERI (E OSPITI) DELL’OCEANO

PRIGIONIERI (E OSPITI) DELL’OCEANO

Nel film avventuroso e spettacolare Abissi (the Deep 1977) di Peter Yates, una rissosa coppia composta da Nick Nolte e Jaqueline Bisset provava a più riprese la conquista di un tesoro sommerso. Più che per il plot abbastanza convenzionale, il film viene ricordato per la colonna sonora cantata da Donna Summer e per le splendide riprese subacquee.
Anche lì, come quasi sempre si è contemporaneamente privilegiati e schiavizzati dal fascino del Mare.
Molti nasi puntati al cielo già da inizio serata al giardino pubblico: memori della troppa acqua immagazzinata la sera precedente, gli spettatori stavolta sono muniti di uno o più ombrelli colorati.
Partenza  come meglio non si potrebbe grazie ad Andrea Zaccariello ed al suo CAFFE’ CAPO; siamo di fronte ad una storia surreale e notturna ambientata in un autogrill. Il tutto diventa occasione per uno splendido one man show offerto da Gianni Cavina, indimenticabile sottovalutato protagonista di tanti film di Pupi  Avati, “la Casa dalle finestre che ridono” e “Regalo di Natale” in testa.
In piena cultura voyeuristica, di intercettazioni e vita privata continuamente violentata, il francese Cedric Prevost ha totale diritto di parola per il suo CATHARSIS. Qui un regista/sceneggiatore letteralmente confonde i confini tra realtà e fantasia; a suo modo è una fiaba inquietante sulla recitazione e gli attori.
Una situazione quotidiana e banale come la presenza su di un tram accade a tutti in tutti i posti del mondo; sta poi alla vecchia fatidica variabile impazzita a sovvertire l’ordine morale e sociale delle cose. Forse è in questi momenti che la mente spazia libera come accade in CONNECT del britannico Samuel Abrahams.
Ormai ogni edizione di Maremetraggio ci riserva dei pregevoli lavori di animazione, anche al sottoscritto è capitato di aspettarli con trepidazione o di sentirsene chiedere la presenza nel programma. Senz’altro nessuno è rimasto deluso dal pervicace criceto innamorato protagonista di BOB dei tedeschi Jacob Frey e Harry Fast: purtroppo le sue aspettative sentimentali saranno clamorosamente eluse tra le risate totali.
Chiunque si sia avvicinato alla storia del balletto classico, ricorda la violenta e romantica vicenda di Rudolf Nureyev scappato dalle steppe russe per diventare un etoile di calibro internazionale. Non è dissimile la materia narrativa preparata dal georgiano Tornike Bziava per APRILIS SUSHKI, dove l’arte cauterizza la violenza militare.
Relax e distensione totale viceversa, per l’apprezzato THE CEMETERY CLUB di Yitz Brilliant, dove un anziano e simpatico trapassato è costretto a barcamenarsi tra mille peripezie per evitare che la petulante moglie gli sia accanto anche nella sua fase ultraterrena. Venti minuti pieni di consapevole ironia.
Non del tutto focalizzata la storia corale alla base di OLI’S WEDDING del rumeno Tudor Cristian Jurgiu, dove si parla di matrimoni, riunioni conviviali, ma in una certa misura soprattutto di solitudine, di come i mezzi di comunicazione a volte sopravanzino le istanze umane; produce la Libra Film.
La cinematografia che racconta la Guerra può contare oramai su di una sterminata messe di titoli; ognuno latitudine è stata coperta, grazie a mille e mille visioni abbiamo capito molto di più sull’argomento. Lo spagnolo Antonio Palomino Rodríguez con il suo EL AMBIDIESTRO ci porta in piena guerra civile spagnola, ma si tratta soprattutto di una vicenda privata psicologica.
Il cinema francese può contare su degli autentici mostri sacri della recitazione, attori che con la loro sola presenza riempiono lo schermo; Jean Rochefort è uno di questi, e la sua caratterizzazione di un eremita-violinista, che ha trovato approdo su di un tetto newyorkese, è semplicemente superlativa. Completano il tutto un meditato uso della colonna sonora e la poesia delle immagini. Titolo e autore: LE JOUEUR DE CITERNES di Emmanuel Gorinstein.
Torniamo ad uno scenario italiano con IL DONO DEI MAGI di Tommaso De Micheli, che ritrova la solitudine disperata e pure speranzosa di certi racconti di Cesare Pavese, anche se il contesto è suburbano. Vicenda desolata e a suo modo romantica, di negazione e rivalsa sulla medesima.
Chiude la lunga serata il cortometraggio rumeno MUZICA ÎN SÂNGE di Alexandru Mavrodineanu: la cinematografia dell’est europeo non rinuncia quasi mai alla fusione straordinariamente efficace tra i connotati sociali e la Musica che per loro è rossa come la passione, a volte porpora come il sangue. Anche quando se ne fa uso caricaturale l’operazione resta attendibile.
Mentre il ricco pubblico guadagna l’uscita con i vestiti perfettamente asciutti, vi diamo appuntamento a giovedì sera per una delle fasi più salienti del festival.
Momenti di confronto e comunicazione da non perdere anche al Hotel Savoia Excelsior Palace, dove giovedì pomeriggio alle 17.30 sarà presentato tramite conferenza stampa e annesso incontro il premio internazionale per la sceneggiatura MATTADOR.

Riccardo Visintin

5 LUGLIO – IL MAGO DELLA PIOGGIA

IL MAGO DELLA PIOGGIA
Quando Hollywood aveva la polvere di stelle addosso, qualsiasi film diventava materia da ricordare; nel vecchio classico degli anni 50 IL MAGO DELLA PIOGGIA un fascinoso Burt Lancaster dimostrava i suoi poteri metereologici ad una stupefatta Katherine Hepburn.
A noi non è capitato ancora tale potere tra le mani, e quindi la serata al Giardino Pubblico vede una inaspettata conclusione dopo soli quattro cortometraggi.
Partenza all’insegna della tensione più tesa, con l’apologo claustrofobico INSULA di Eric Alexander, dove una giovane diabetica si aggrappa via cavo alla propria dottoressa, in un crescendo quasi Argentiano di angoscia e soprassalto. Eccellenti le due interpreti femminili, la non solo bella Ambra Angiolini e la nuova promessa del Cinema giovane italiano Francesca Inaudi.
Ci spostiamo poi verso la cinematografia dei nostri cugini d’Oltralpe con il cortometraggio francese JE POURRAIS ETRE VOTRE GRAND-MERE di Bernard Tanguy; si tratta di una saporita satira sul mondo disagiato dei clochards, dove un personaggio dallo status simil-yuppies imbastisce una vera e propria catena di… cartelli per barboni.
Applausi di nuovo convinti da parte del folto pubblico presente.
Inizia come una introspettiva vicenda di caccia e continua come un grottesco incubo agreste: una coppia di cacciatori uccide per sbaglio, orripilata vorrebbe porre rimedio, ma la foresta si popola di testimoni, addirittura un intero pullman di avvenenti turiste…
Dirigono a quattro mani i giovani cineasti israleiani Tal Granit e Sharon Maymon; titolo del corto LAHAROG DVORAH.
Il mondo elegante finanche austero della musica classica non si presta quasi mai ad una lettura parossistica; forse solo Milos Forman con il celebre AMADEUS ha tentato una medizione in questo senso; non si fa scrupoli del genere la regista Sarah Arnold per il suo LECON DE TENEBRES, dove un anziano e barbuto musicista in terribile ritardo per un concerto, non riesce neppure a calzare un paio di scarpe.
Va riferita la calorosa partecipazione del pubblico.
A questo punto, umido colpo di scena come in un giallo di Agatha Christie; si spalancano le porte pluviali di Giove, e a malincuore dobbiamo prendere atto della sospensione delle proiezioni.
Tutti quindi al riparo nelle sale del bar-teatro del Giardino Pubblico, dove i giovani cinefili dallo sguardo euforico ed entusiasta capitanati da Stefano Gabrini del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma si scambiano opinioni e pareri.
Trieste – parlo da triestino – affascina Stefano che è uomo dalla piacevolissima conversazione ed anche altre presenze neofite rimarcano la strana ed inconsueta “luce” del capoluogo giuliano.
Le organizzatrici del Festival, Maddalena Mayneri e Chiara Valenti Omero, hanno una parola per tutti i presenti, convenuti di Maremetraggio, collaboratori o simpatizzanti che siano.
Gentile e attento ad ogni cosa che gli accade intorno l’americano Mark Shilling è critico cinematografico, redattore, soprattutto un grande appassionato di Cinema.
Quando la morsa atmosferica si allenta, il pensiero confortevole di un rifugio domestico svuota il Giardino Pubblico.
Rimane da puntualizzare che i cortometraggi non proiettati stasera verranno recuperati nella serata di giovedì, trasformando la medesima in una lunga maratona cinematografica.
Il previsto film SI PUO’ FARE di Giulio Manfredonia sarà presente giovedì sera nella sede “al chiuso” del Teatro Miela.
Appuntamento a mercoledì sera per una delle fasi più calde di Maremetraggio 2011.
Riccardo Visintin

4 LUGLIO – LE ETA’ DEL CINEMA

4 LUGLIO – LE ETA’ DEL CINEMA

Una delle peculiarità di Maremetraggio è rappresentata dalla possibilità di incontrare persone di età diverse che si incontrano nel nome del Cinema. Occasione assolutamente arricchente, e al sottoscritto è capitato più volte in queste serate di confrontarsi per esempio con presenze giovani che si affacciano alla tentazione della Settima Arte.
Stasera è arrivato al Giardino Pubblico il docente del Centro Sperimentale di Cinematografia Stefano Gabrini, che quest’anno insieme ad un gruppo di talentuosi giovani coordina il backstage del Festival oltretutto attraverso incontri e stages; degli altri amici che seguono dietro le quinte Maremetraggio 2011 avremo modo di tornare in seguito.
Inizia poi la lunga maratona di cortometraggi con la spassosa produzione canadese TROLLS di Brianne Nord-Stewart; in questi gustosi sette minuti due bambini semplicemente irresistibili discettano di sesso adulto e rapporti … diciamo così interdisciplinari con disarmante inconsapevolezza. La metafora con il mondo agonistico del wrestling è semplicemente geniale.
Arriva poi l’ambiguo gioco delle parti – citando Pirandello – organizzato da Emanuela Mascherini per il suo NEROFUORI; inedito il cantautore genovese Francesco Baccini in un ruolo assolutamente non facile. Sagace la fotografia invernale e gelida a cura di Luca Bellucini.
Pulviscoli di deserto, quella sensazione di spazio senza fine che non sempre coincide con la libertà personale: potrebbe essere materia labile tra le mani, ma l’autrice israeliana Elite Zexer sa bene cosa vuole raccontare; ancora una volta se sollecitato il pubblico non lesina gli applausi anche a scena aperta, titolo del corto è TASNIM.
Una vera e propria compagine di giovani autori francesi (la lista sarebbe lunghissima) dirige il lavoro di animazione RUBIKA dove le leggi della gravità vengono sovvertite con sorpresa dei simpatici personaggi.
Arriviamo poi ad uno dei cortometraggi più riusciti di questa dodicesima edizione del Festival: PENTECOST di Peter McDonald propone una curiosa contrapposizione tra l’orgoglio agonistico e il mondo clericale: un giovane e stupefatto ragazzino viene addestrato alla Messa ed alla attività religiosa tout court, come se fosse un pulcino di una squadra calcistica. Fragorosi applausi finali.
Attraverso un ingegnoso montaggio che rielabora il frame in modo buffamente robotico, l’inglese Victoria Mather ci introduce la bizzarra famiglia di STANLEY PICKLE; lo Stanley del titolo vive in una curiosa contea domestica dove i personaggi vengono caricati a molla. Qualche simpatico incidente accade, ovviamente per i buoni uffizi dello spettatore sorridente.
Ancora Cinema all’insegna dell’impegno sociale con la dolorosa vicenda di TE LA RICORDI FRANCESCA LUPO? Di Giacomo Rebuzzi, dove una rimpatriata tra amiche nasconde una vicenda nera di violenza domestica nei confronti di una donna. Come uno schiaffo in faccia nei titoli di coda, appaiono dei dati raggelanti sulla frequenza dei soprusi a carico dei soggetti femminili in Italia.
Appartiene invece alla cinematografia turca BÊDENGÎ di Aziz Capkurt nel quale un giovane ritrova la propria passata presenza nelle file militari mediante un incontro fortuito: sarà l’occasione per lo spettatore di una adeguata riflessione sui “desaparecidos” e sulla negazione dei diritti civili.
Non può purtroppo vivere un esistenza serena il povero protagonista di DREAMING A WHOLE LIFE di Francisco Javier Ara Santos: le sue sembianze sono a dir poco mostruose. I tentativi di inserimento in un contesto di armonia collettiva falliscono puntualmente: animazione dagli anfratti morali proveniente dalla Spagna.
Israeliano è invece l’apologo comportamentale di SEGAL di Yuval Shani, dove si parla in maniera cristallina ed encomiabile di identità sessuale e solitudine, privilegiando i silenzi ai dialoghi. Si tratta di una produzione promossa dalla Tel Aviv University Film and TV department.
Il numero perfetto in amore con buona pace dei più trasgressivi, sembra essere sempre due; capita però che la gelosia ed i conflitti interni riposizionino anche i legami tra madre e figlia. Succede nella produzione polacca THE FENCE di Tomek Matuszaczak, dove un giovane uomo si dedica agli amorosi sensi, incurante delle conseguenze.
Conclude la ricca serata di visioni internazionali  BANDURYST di Danilo Caputo, dove un giovane innamorato della musica, oltretutto straniero in Italia, deve fare i conti con la realtà che molto spesso non stringe la mano ai sogni di gloria artistici; alla fine potrà suonare il suo strumento, ma in un teatro deserto e applaudito da una sola, anziana e casuale spettatrice.
Mentre gli alberi del Giardino Pubblico ondeggiano sotto un vento non fastidioso ci e vi diamo appuntamento a martedì sera.

Riccardo Visintin

3 LUGLIO – LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA

LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA

Ogni percorso marittimo lascia una traccia di salsedine e acqua salata, ma anche un ricordo da conservare nella memoria; emozioni più veloci ed altre che si consumeranno con tempi diversi.
Alla fine di un weekend all’insegna dell’entertaiment più sfrenato, con il lussuoso red carpet della Biennale appena inaugurata, siamo al Giardino Pubblico per la terza serata del nostro Festival.
Dopo una sentita riflessione di Maddalena Mayneri sull’importanza della Cultura all’interno del nostro perimetro geografico e non, si parte senza indugi con una bella selezione di cortometraggi.
Un tema delicato come l’omosessualità femminile e il bisogno di appartenenza sono al centro di BIRTHDAY di Jenifer Malmqvist: è una co-prodruzione tra la Polonia e la Svezia, e ruota intorno ad un regalo di compleanno fortemente voluto.

Dialoghi sottopelle, e sopratutto una mirabile fotografia di Ita Zbroniec -Zajt che valorizza gli splendidi scenari nordici.
Semplicemente straordinario il successivo corto spagnolo EL ORDEN DE LAS COSAS dei fratelli Alenda: la misteriosa e violente querelle intorno al possesso di una cintura porta la povera protagonista dalla vasca da bagno al mare aperto; dopo tante sofferenze ecco riaffiorare la Vita. Metafora incisiva suggellata da un applauso interminabile degli astanti.

Un gioco sadico e sessuale, ma dai risvolti quasi surreali è ordito da Carlos Montero Castineira con il suo DINERO FACIL: sembrerebbe trattarsi di sesso a pagamento, ma le cose non stanno esattamente in questo modo.
Torniamo in territorio italiano con una produzione molto attesa: L’APE E IL VENTO di Massimiliano Camaiti; una storia misteriosa ed agreste che non sarebbe spiaciuta a Dino Buzzati, dove ritroviamo un attore amato quale Philippe Leroy a confronto con un giovane inconsapevole.

Di nuovo percorsi cinematografici iberici con QUE DIVERTIDO di Natalia Mateo dove un bambino tenero e loquace instaura con il padre attraverso una camminata rievocativa un rapporto concreto che riporta entrambi alla semplicità delle cose; plauso meritato ai due protagonisti Luis Bermejo e Teo Planell.
Accettare la fine di una relazione sentimentale è sempre operazione di difficile fattura; ecco perchè a volte il gioco delle agnizioni sembra l’antidoto più puntuale per non soffrire.

Tutto questo è risolto in modo eccellente dalla coppia Nayra e Javier Sanz Fuentes con il loro ANNIVERSARY anche questo apprezzato dal pubblico.

Ripiombiamo in un clima duramente bellico con PICNIC di Gerardo Herrero: teso oltre ogni dire nel focalizzare un ambiente bosniaco dove il pericolo è imminente e può colpire anche chi si è appena affacciato alla vita.
PASSING TIME di Laura Bispuri è invece farina del nostro sacco, quindi un lavoro italiano dove si parla di famiglia e decesso, ancora una volta senza mediazioni retoriche.

Quale peggiore punizione per chi è in viaggio verso una agognata meta turistica che essere soggetto di una perquisizione da parte della Polizia Stradale? Nel cortometraggio sarcastico e terribile LA AUTORIDAD dello spagnolo Xavi Sala i ruoli di vittima e carnefice si ribaltano improvvisamente. Ancora una volta il pubblico risponde tangibilmente.

Parte come una “murdery tales” e continua come un gioco a scacchi DIARCHIA del nostro Ferdinando Cito Filomarino dove il bravo Riccardo Scamarcio recita in francese; ricca suspence per un omicidio che forse potrebbe non essere tale. Al momento attuale uno dei lavori italiani più apprezzati dalla platea.
A LOST AND FOUND BOX OF HUMAN SENSATION di Martin Wallner e Stefan Leuchtenberg, unico corto d’animazione della serata, che affronta il tema della perdita paterna attraverso immagini di ottima struttura sopratutto nell’eterno conflitto vita-morte.

Parallelamente alla serata al Giardino Pubblico si è svolta presso il Teatro Miela la proiezione del lavoro dell’artista multimediale Manuel Fanni Canelles MESTIERI DIFFICILI.

Ancora Cinema di qualità all’interno della sezione Ippocampo con L’ESTATE DI MARTINO di Massimo Natale.
Appuntamento a lunedì sera.

Riccardo Visintin

2 LUGLIO – DI APPRODO IN APPRODO

DI APPRODO IN APPRODO …
E la nave va, chiosava Federico Fellini nel 1983, in uno di quei suoi sogni bagnati di euforia bambina che rammentiamo con rimpianto.
La nave – inutile ometterne la presenza in città – più che andare è venuta in tutto il suo piacevole ingombro; la Favolosa ancora una volta dimostra che il mare è una scia infinita di attrazione e favola.
Trieste vive un sabato pomeriggio di Luglio all’insegna del turismo e le presenze straniere si mescolano a quelle locali. Molto traffico e tanta colorata confusione, noi comunque con mezzi di fortuna raggiungiamo puntuali il Giardino Pubblico. Che bello vedere le storie ben recitate, gli attori aderenti ai ruoli, le battute che sgorgano spontanee come se non potessero essere diverse da quelle che sentiamo.
Pippo Mezzapesa già conosciuto in altre edizioni di Maremetraggio è consapevole di avere al suo artistico servizio due mostri sacri del teatro italiano quali Piera Degli Esposti e Cosimo Cinieri; la prima conosciutissima per la carriera divisa tra palcoscenico e cinema, il secondo artista prediletto per Carmelo Bene: come si può non centrare una storia con cotanta ricchezza recitativa? L’ALTRA META’ parla di amore e dolore nella cosiddetta quinta stagione, ma anche le foglie anziane brillano prima di cadere dall’albero.
Ancora cinematografia italiana giovane con TRE ORE di Annarita Zambrano, quasi una versione più drammatica del lontano “il Giovedì” di Dino Risi con Walter Chiari; lì un padre incontrava il figlioletto un solo giorno la settimana, qui la grana narrativa si fa plumbea: Rolando Ravello, condannato per omicidio, attraverso un sentiero irto di ostacoli prova ad imbastire un dialogo con la figlia. Emozione a piene mani.
Dalla Spagna proviene EL CORTEJO che in un contesto cimiteriale prova a raccontare un confronto  uomo-donna  dai connotati non del tutto espressi.
Verde ed oro sono i colori della bandiera brasiliana, ma le sfumature in bianco e nero, certi angoli che non si possono decriptare cromaticamente sono al centro del corto di animazione MEU MEDO di Murilo Hauser.
Dalla più vicina Croazia arriva invece TULUM di Dalibor Matanic, ancora una volta introspezione femminile attraverso una mediazione cinematografica senza esagerati calligrafismi.
Ecco poi uno dei piatti forti – ovviamente a parere di chi scrive – della serata; fantascienza allucinata e convulsa come solo chi ha il coraggio di uscire dai cancelli del consueto sa fare, YURI LENNONS’ LANDING ON ALPHA 46 di Anthony Vouardoux è una centrifuga visiva ruotante intorno ad un astronauta che uscito dall’astronave madre si ritrova in una sorta di Big-Bang spaziale; applausi convinti da parte del pubblico.
Ancora avanti con FARD della coppia Luis Briceno e David Alapont: narrativa d’animazione e d’anticipazione dove sagome stilizzate interagiscono in un labirinto apparentemente già sintonizzato; paese di produzione è la Francia, promuove il lavoro la Metronomic.
Seconda apparizione nella medesima serata per la superlativa Piera Degli Esposti: stavolta è la surreale cuoca alle soglie del ritiro, impegnata in un passaggio del testimone caricaturale e … saporito. Quando la protagonista apre le porte della sua credenza ove giace una collezione di delizie alimentari degne di Gualtiero Marchesi, gli spettatori non trattengono una collettiva risata: in epoca salutista, un omaggio convinto alla gourmandises. Tutto ciò in COME SI DEVE di Davide Minnella.
DAISY CUTTER di Enrique García e Rubén Salazar proviene dalla Spagna e si colloca in quella placenta di narrativa animata che non tutti sono in grado di concretizzare.
Ci allontaniamo decisamente dal mondo dei sogni per una claustrofobica, cattiva vicenda “al maschile”: in condizioni di estremo disagio fisico, gli uomini producono il peggio di loro stessi, quasi che l’adrenalina agisse in modo survoltato. Scene di pestaggi, di perdita di controllo, rese in modo aggressivo. Dirige l’australiano Ariel Kleiman, il cortometraggio è intitolato DEEPER THAN YESTERDAY.
Suggello della soireé la produzione tutta italiana di SOLO UN GIOCO di Elisa Amoruso, e come già detto in altri contesti il connotato narrativo femminile conserva sempre una percentuale di “non detto”.
Parallelamente nelle sale del teatro Miela è partita la sezione Ippocampo venerdì 1 Luglio con il lungometraggio di Emiliano Corapi SULLA STRADA DI CASA e stasera con DICIOTTANNI – IL MONDO AI MIEI PIEDI  di Elisabetta Rocchetti, che ricordiamo simpatica presenza gli anni scorsi a Maremetraggio e indimenticabile protagonista dell’ IMBALSAMATORE di Matteo Garrone.
Appuntamento a domenica sera per vivere un altra collettiva occasione di confronto cinematografico.
Riccardo Visintin

1 LUGLIO – MAREMETRAGGIO 2011: INSEGUENDO L’AZZURRO PIU’ PROFONDO …

MAREMETRAGGIO 2011: INSEGUENDO L’AZZURRO PIU’ PROFONDO …
E guardò verso il mare … qualcosa da non poter raccontare in una sola frase (J. Conrad)
Ci sono avventure più avventurose di altre; basta un soffio contrario od una corrente inaspettata per accorgersi che la conquista dell’azzurro è più difficile del previsto.
Maremetraggio 2011 vince la sfida di una edizione sottoposta a tagli e sgravi economici non proprio di esile caratura; l’affetto dimostrato dal pubblico e dagli addetti ai lavori già durante la conferenza stampa di martedì 28 giugno al Savoia Palace Excelsior è buon incentivo e dimostrazione che questi 11 anni sono stati vivi e fruttuosi.
Spossati dal caldo opprimente, siamo anche soggetti agli scherzi estemporanei di una meteorologia ormai centrifugata; così la serata di inaugurazione al Giardino Pubblico nasce sotto il segno della suspence più Hitchcockiana: prima vento, poi pioggia itinerante, quindi di nuovo vento.
Una sola interruzione costringe gli astanti a rifugi di fortuna al caldo ed al coperto, ma non è anche così che ci si conosce e ci si confronta?
Come sempre, Maddalena Mayneri e Chiara Valenti Omero presentano la loro e nostra creatura artistica con eleganza e senso della misura: brave ed encomiabili non solo per gli sforzi come di consueto sostenuti ma anche per la capacità di lavorare in condizioni meno ottimali del solito.
Il mappamondo cinematografico che si dipana davanti ai nostri occhi è stasera straordinariamente omogeneo: storie di popoli, di polvere, di terra rossa e di negazione di questa stessa terra.
Gente -spesso dalla pelle non bianca- che tra il cielo ed il mare cerca disperata il senso della propria vita.
Una bizzarro ma efficace gemellaggio Belgio-Burundi consente al regista Ivan Goldchmidt di firmare il bellissimo apologo bellico-poetico intitolato NA WEWE; una storia che ci riporta al millennio passato ai furenti conflitti tra etnie nere, alla disperazione di chi attonito assiste ai soprusi che l’uomo infligge al prossimo senza averne alcun diritto, 19 minuti formidabili, tesi, sferzanti come una frusta sotto il sole dell’Africa.
Tutt’altra materia narrativa per lo spassoso LA METAPHORE DU MANIOC di Lionel Meta: una produzione francese nella quale un povero tassista non riesce a liberarsi di una squinternata passeggera che lo vorrebbe trascinare fino a Denver. Soluzione finale all’insegna del surreale più surreale.
Siamo abituati ad un itinerario mentale esotico quando pensiamo alla Costa d’Avorio: di solito banale cartoline dalla vacanze a base di cocco e bibitoni colorati assortiti; ci riporta ad una realtà quasi straziante il tedesco Fabian Raabe con ZWISCHEN HIMMEL UNDE ERDE dove il linguaggio semiotico dell’infanzia è soluzione chimica, bagno di purezza, ritorno alla virginalità. La guerra come mostruoso elemento di deformazione dei destini.
Un accenno di leggerezza arriva dalla favola nera d’animazione EN EL INSOMNIO di José Ángel Alayόn Dévora, dove la condanna all’insonnia di un occhialuto uomo qualunque si conclude con … soporifera ma mortale ironia: disegni in bianco e nero, risolti in souplesse.
Davide Del Degan è un vecchio – giovane amico di Maremetraggio: quando si posiziona dietro la macchina da presa non è mai per raccontare l’ovvio e lo scontato; talentuoso sempre stavolta ha superato se stesso con un cortometraggio molto applaudito dal pubblico; HABIBI: basterebbe la prima sequenza con il grande Omero Antonutti con lo sguardo perso verso l’orizzonte a connotare un viaggio a rebours attraverso ricordi, frammenti dei medesimi scintille di qualcosa che va assolutamente catturato.
Dopo tanto pathos e approfondimento emotivo un tuffo nel grottesco appare puntuale pietanza; dalla Germania più autoironica e fracassona arriva ICH BIN’S HELMUT, un giochino molto divertente dove i personaggi escono dalle pareti, interagiscono con i mobili, scuotono il mondo borghese del non più giovanissimo Helmut: a modo suo, una satira del focolare domestico ben caro a tutte le famiglie.
Ancora un terribile avvertimento sullo stupro morale oltre che fisico a cui vengono sottoposti i bambini, in certi Paesi dove qualsiasi diritto umano e civile rappresenta la più siderale delle utopie. Ad un innocente viene messo in mano un fucile e lo scoppio della polvere da sparo è un colpo al cuore metaforico reale per chi assiste a PERDIDO dell’iberico Alberto Dorado.
Scrivere un film, piccolo o grande che sia, spesso se gomito a gomito con altre persone è un impresa da fare tremare i polsi; ma cosa succede quando i personaggi inventati diventano improvvisamente reali? Tutta la magia Hollywoodiana del fare e consumare Cinema è contenuta nel dolcissimo ma ironico VICKY AND SAM di Nuno Rocha. Autore proveniente dal Portogallo da tenere d’occhio.
Mancava nel cartellone della serata un acquarello femminile di quelli “giusti”, ci pensa Janína Marques Ribeiro con LOS MINUTOS, LAS HORAS dove la scoperta dell’amore assume i connotati eccitanti e colorati di una “première  fois”.
Quasi un omaggio alle passioni infantili ed alla ricerca dello Spazio, APOLLO del giovane tedesco Felix Gönnert, riporta alla memoria certe suggestioni appartenenti  all’infanzia di ognuno di noi: per alcuni i fumetti della Marvel Comics, per altri certi racconti di fantascienza dove l’approdo sono le stelle più lontane. Simpatico e tenero il bambino versione cartoon al centro del plot.
Strettamente legato alla nostra quotidianità, al mondo ipervelocizzato dei blog e della politica fast food è SPOSERO’ NICHI VENDOLA di Andrea Costantino, dove si discetta con amabilissima ironia di comunismo e omosessualità; interpreti non conosciuti ma aderenti ai ruoli a loro ascritti.
Sempre dal sud, nello specifico dalla Puglia, proviene UERRA di Paolo Sassanelli, che gioca sull’interpretazione che dei conflitti bellici può dare un bambino rispetto ad un adulto: ambienti assolati, gustosi duelli linguistici per un lavoro ancora una volta originale e vivo sul Pianeta Meridione.
Mentre un vento carico mulinella intorno al pubblico comunque rimasto, non resta che predisporsi mentalmente per la serata di sabato.

Riccardo Visintin