Gianluca Maria Tavarelli, nato a Torino nel 1964, prima di passare al lungometraggio ha realizzato vari “corti” tra cui, nel 1989, Dimmi qualcosa di te, film che ha partecipato a diversi premi in Italia e all’estero e ha ottenuto numerosi riconoscimenti.

Gianluca Maria Tavarelli

La chiave per la libertà

intervista a cura di Serena Smeragliuolo

Serena Smeragliuolo (SS): Fucine Mute intervista Gianluca Maria Tavarelli autore del film Liberi, in concorso nella sezione Ippocampo al festival di Maremetraggio. Quali ragioni l’hanno spinta a scrivere e a dirigere Liberi? Come nasce questo film?

Gianluca Maria Lavarelli (GMT): L’idea è nata da un soggetto che lessi al Premio Salinas scritto da Angelo Carbone, un ragazzo del centro sperimentale di Pescara. Il soggetto mi piacque molto e decisi di trasformarlo in un film scrivendo la sceneggiatura con Leonardo Fasoli e lo stesso Angelo Carbone. Il film racconta tutto quello che Angelo ha vissuto, anche personalmente, soprattutto la parte della fabbrica, la Montedison. Poi in fase di sceneggiatura ognuno di noi ha riversato dentro anche delle cose più personali. Però l’idea è nata da questo soggetto che ho letto a Solinas.

SS: Dicevamo degli operai della Montedison. Il film racconta la storia di un operaio che perde il suo lavoro e delle conseguenze, anche tragiche, del suo licenziamento. All’inizio del film c’è anche una scena molto drammatica di un uomo che dopo aver perso il lavoro decide di suicidarsi.
Nel film lei ha coinvolto alcuni operai che veramente avevano perso il posto di lavoro alla Montedison. Com’è stato questo incontro, lavorare con delle persone che effettivamente avevano vissuto questa esperienza?

GMT: Tutta la parte che abbiamo girato a Bussi e alla Montedison, prevedeva come “attori” gli operai della Montedison, licenziati e non. Quindi l’esperienza è stata bellissima, perché ci siamo trovati a contatto con questa realtà, lavorare con persone che recitavano cose che o avevano vissuto personalemte o molto da vicino attraverso familiari e amici. Devo dire che poi il problema della Montedison si è aggravato. Noi siamo tornati a presentare il film un anno dopo e un articolo sul giornale descriveva il film come un film beffa perché sembrava che avesse quasi anticipato quello che poi stava per succedere, perché volevano chiudere integralmente tutta la Solden licenziando tutti gli operai. Non so come sia proseguita la vertenza e adesso c’è una situazione di grande difficoltà, con centinaia di posti di lavoro appesi ad un filo. Il film lo racconta come una cosa avvenuta, ma c’è il rischio che avverrà.

SS: Centrale all’interno del film il rapporto tra padre e figlio. Anche qui, la situazione di un figlio, Vince, che non comprende il padre, Cenzo: i due si scontrano, ma poi si incontrano e si aiutano. Bellissimo il loro saluto. Il figlio lo fa, e forse senza capirlo fino in fondo.

GMT: Credo che uno dei rapporti più complessi che si ha nella vita è quello con i genitori, da cui prendi tutto e respingi tutto. Per cui tutte le cose che in genere critichi nei tuoi genitori, poi le prendi in pieno, senza rendertene conto. Questo m’interessava. Nel film Vince crescendo diventerà come suo padre in qualche modo. E il loro gesto esemplifica questa situazione: nel senso che poi ci si scopre a fare gli stessi gesti dei genitori, anche se poi per ognuno di loro significa qualcosa di completamente diverso. Magari per te è un gesto di ribellione e per tuo padre è un gesto di conformismo, però la cosa importante è che il gesto è lo stesso, anche se poi per ognuno il significato può essere diverso.

SS: Vorrei parlasse del suo modo di lavorare, in quanto il film racconta questa storia che è sicuramente molto drammatica però con dei toni delicati, la drammaticità non è enfatizzata, il ritratto è onesto. Vorrei quindi capire come ha lavorato e come ha gestito il rapporto con gli attori.

GMT: Il film cerca di raccontare situazioni molto quotidiane, a parte la situazione di Cenzo che è veramente drammatica, tutte le altre situazioni sono drammatiche solo per chi le vive, perché riguardano solo la persona che le sta vivendo e già a chi sta ad un metro di distanza non gliene frega niente.
Per cui il film cerca di raccontare dei piccoli drammi quotidiani che poi sono degli enormi drammi per chi li sta vivendo. Ho cercato di raccontarli attraverso una lettura di superamento perché in qualche modo ogni personaggio del film riesce a trovare un suo specchio di libertà nella società, riesce a trovare la chiave per vivere serenamente accettando se stesso con i propri limiti e problemi e accettando gli altri.
Con gli attori abbiamo fatto un grosso lavoro, il mio cinema è fatto più di attori che di grandi immagini. Mi piace molto lavorare con gli attori, e quindi facciamo sempre un grosso lavoro di preparazione, di chiacchiere, di lettura, cercando il più possibile di entrare nei personaggi, in modo delicato, senza appesantire. Perché poi la vita è più leggera che pesante, a parte alcune rare situazioni in cui è difficile.

SS: Passando invece ad un altro argomento: lei ha diretto un film per la TV su Borsellino. Vorrei ce ne parlasse.

GMT: Stiamo terminando, è un film di tre ore diviso in due parti di un’ora e mezza. Giorgio Tirabassi fa Borsellino e Ennio Fantastichini interpreta Falcone.
Il film racconta in due puntate la storia dall’Ottanta al Novantadue. La prima puntata racconta la stagione delle vittorie dall’80 all’86, con il pool antimafia, Chinnici, Cassarà, Montana, Caponnetto, arrivando all’istruzione del maxi processo. Mentre la seconda puntata racconterà la stagione delle stragi e poi il ’92, l’anno che ha rappresentato la fine di un sogno.
L’esperienza è stata straordinaria, ma al di là di un discorso registico, è stata un’esperienza umana: il lavorare a Palermo, l’incontrare la famiglia Borsellino, Manfredi e Fiammetta, i ragazzi delle scorte con cui sono entrato in contatto, i genitori e paranti delle vittime.
È stata un’esperienza fortissima soprattutto a livello umano, al di là di quella cinematografica.

SS: Per concludere, i prossimi progetti?

GMT: C’è un film che vorrei fare, è un po’ più sperimentale, controllato da me e con meccanismi produttivi più leggeri. Adesso non so ancora, vedremo se lo faremo.

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Gianluca Maria Tavarelli, nato a Torino nel 1964, prima di passare al lungometraggio ha realizzato vari “corti” tra cui, nel 1989, Dimmi qualcosa di te, film che ha partecipato a diversi premi in Italia e all'estero e ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Nel 1994 ha esordito con “Portami via”, cui è seguito, nel 1999, Un amore, uno dei film italiani più notevoli degli ultimi anni, l’opera che lo ha messo in evidenza come uno dei nostri autori più promettenti. Il film ha partecipato a diversi festival internazionali (Rotterdam, Montreal, etc.) e l’entusiasmo del pubblico che lo ha potuto vedere è stato tale che il suo Qui non è il paradiso (2000), è stato prodotto e distribuito da una delle “majors” cinematografiche più importanti del nostro paese: Cecchi Gori. L’ultima sua pellicola, Liberi (2003), si è aggiudicata il Premio del Pubblico al Annecy Cinema Italien 2003 e il Premio al Miglior Attore (Elio Germano) al Prix Cicae 2003.