Giuliano Montaldo nasce nel 1930 a Genova. È ancora un giovane studente quando nel 1950 il regista Carlo Lizzani gli affida il ruolo di protagonista nel film Achtung Banditi!…

Giuliano Montaldo
Il respiro del grande cinema

Riccardo Visintin (RV): Siamo alla conclusione di Maremetraggio ed è veramente un onore incontrare uno dei più grandi registi italiani: Giuliano Montaldo, al quale non è possibile accostarsi senza emozione perché è stato il protagonista di una pagina del cinema italiano storica e memorabile, e continua ancora ad esserlo perché è in piena attività. È il regista, per fare qualche titolo, di Sacco e Vanzetti, de Il Giorno prima, del Giordano Bruno, de L’Agnese Va a morire, cioè di quella grande stagione del cinema italiano che forse oggi è finita o che in qualche modo non è più presente con questa intensità. Allora Montaldo, lei che è un regista di grandissima esperienza, come vede il cinema italiano oggi? In effetti è vero che la vostra generazione ha dato dei risultati artistici che adesso sono impossibili da ritrovare?

Giuliano Montaldo (GM): Devo dire che la squadra era forte. Credo che sarebbe stato divertente fare una fotografia di gruppo, come quella che si faceva nelle scuole, in prima, seconda o terza fila con il maestro in ultima. Zavattini al centro, Amidei vicino a lui – mi riferisco ai grandi sceneggiatori naturalmente. Si vedrebbero Antonioni, De Sica, Fellini, Rossellini, Lattuada, Germi, e poi, sopra, noi che allora eravamo i più giovani. Una squadra che probabilmente è irripetibile, una stagione di grandi passioni civili, ma anche con una grande voglia di divertire con la commedia italiana che è stata graffiante e straordinaria. Sono passati dei momenti in cui, come dire, si sono aperte anche troppe finestre, nel senso che oggi un potenziale spettatore trova a casa la possibilità di scegliere lo spettacolo che ritiene più giusto. Per fortuna ci sono i DVD che ripropongono i film di tanti colleghi, riproposti anche nelle scuole e nelle università, e si continua alla fine a fare del cinema un punto di riferimento; e, per la verità, alcuni giovani autori sono alla ricerca di questa passione. Io credo che però quella certa stagione ha fatto un suo tempo. Dalla voglia di narrare possono nascere diverse forme, ma credo che in questo momento ci sia una malinconia diffusa. Molti autori giovani guardano più al loro ombelico che al mondo, si chiudono dentro a storie di famiglia, forse biografiche. Io credo che invece bisognerebbe portare più attenzione verso i problemi della gente. La mia esperienza al centro sperimentale di cinematografia è durata tre anni e mezzo, ed ho trovato difficile insegnare regia perché credo che la scrittura sia qualcosa che ognuno di noi deve sentire e deve capire. Io lo posso insegnare, lo dicevo anche ieri, cos’è la macchina da presa, come gestire i rapporti coi vari componenti della troupe: prima la scrittura, che è fondamentale, poi i rapporti col direttore della fotografia, con l’architetto, con lo scenografo, con la produzione, con i problemi legati al piano di produzione, che sono a loro volta legati ai tempi e alla disponibilità del budget. Ecco: tutto questo si può insegnare, ma non il talento.

Quanto all’esperienza cinematografica, come presidente (di Rai Cinema, ndr), posso dire che lavorare insieme a Bellocchio, a Virzì o avere a che fare con autori dei quali si sa quale sarà il Marco Tullio Giordana, è chiaramente più facile; difficile è cercare di aiutare i giovani a fare meglio.

RV: Il suo è un cinema di grandi storie, di grandi uomini, però anche di respiro in qualche modo scenografico: un cinema costruito anche grazie all’apporto di attori straordinari, come Gianmaria Volonté, che era anche un suo carissimo amico, e di grandi sceneggiatori. Anche questo forse è un problema del cinema attuale: non ci sono più delle belle storie, non ci sono più – lei nominava la commedia italiana – i Sergio Amidei, i Sonego; ma anche gli autori che lavoravano con Petri, con lei, con Pontecorvo. Ce ne sono di meno, c’è meno capacità secondo lei di scrivere delle belle storie?

GM: C’è meno pazienza, soprattutto a riconoscere che, una volta scritta la sceneggiatura, bisogna incominciare a rileggerla a riscriverla ad andare avanti, migliorarla. Come se una bella pagina scritta al computer, stampata come se fosse un libro, senza un errore, fosse già perfetta. No, bisogna rileggerla, ed aggiungere magari qualche cosa a mano, sporcandola, facendo vedere che è lavorata e viva. Non voglio dare la colpa al computer, ma devo dire che c’è qualche cosa di freddo. Insomma, in poche parole, bisogna ritrovare la passione nella scrittura e nella realizzazione di un film. Ogni film è un prototipo che può essere ironico, può essere provocatorio, può essere grottesco, drammatico o comico, ma comunque deve sempre essere fatto con una grande passione: il pubblico che va al cinema ci fa un regalo.

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Giuliano Montaldo nasce nel 1930 a Genova. È ancora un giovane studente quando nel 1950 il regista Carlo Lizzani gli affida il ruolo di protagonista nel film Achtung Banditi!. In seguito all'esperienza si reca a Roma, dove, dopo altre esperienze di recitazione nel mondo del cinema, comincia un apprendistato come aiuto regista di Lizzani e Pontecorvo. Nel 1960 debutta nella regia con Tiro al piccione, film sulla Resistenza partigiana, che viene presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia nel 1961. Nel 1964 realizza La moglie svedese, un divertente episodio del film Extraconiugale. Un importante riconoscimento gli viene conferito al Festival di Berlino con il Premio Speciale della Giuria per Una bella grinta (1965), lungometraggio che narra le vicende di un arrampicatore sociale nell'Italia del miracolo economico.
Dopo aver girato negli Usa Ad ogni costo (1967) e Gli intoccabili (1969), Montaldo torna in Italia per realizzare la Trilogia sul potere: Gott mit uns (1969), Sacco e Vanzetti (1971) e Giordano Bruno (1973), film dai quali emerge una profonda riflessione su temi politici e sociali dovuta anche ai fatti di cronaca nell'Italia di quegli anni. I tre film ricevono ampi consensi e riconoscimenti a vari festival cinematografici internazionali. Il tema della Resistenza torna nel film L'Agnese va a morire diretto da Montaldo nel 1977.
Seguono altre produzioni cinematografiche, e nel 1980 il regista intraprende la realizzazione di una serie televisiva sulle esplorazioni di Marco Polo prodotta da vari paesi. Le riprese portano la troupe in Italia, Medio Oriente, Pamir, Tibet, Mongolia e Cina e vede la partecipazione di un prestigioso cast di attori. L'ultima fase della lavorazione è fatta a Hollywood ed è venduta a 76 nazioni, vince quindi l'Emmy Award come migliore serie televisiva presentata negli Stati Uniti, e altri riconoscimenti per fotografia, scenografia e costumi. L'esperienza cinese di Montaldo si rivela un punto di svolta nel suo lavoro.
Nel 1983 al regista – fino ad allora solo cinematografico e televisivo – viene affidato l'allestimento della Turandot di Puccini all'Arena di Verona, e riceve molti e significativi consensi. Il 1983 è anche l'anno delle riprese in alta definizione di Arlecchino a Venezia, esperimento attuato in collaborazione con Vittorio Storaro: segnale della volontà del regista di sperimentare nuove tecnologie, e nuovi linguaggi. D'ora in poi, Montaldo alterna la sua presenza sul set cinematografico a quella in teatro. Nel 1985 torna all'Arena di Verona con Attila mentre negli anni successivi dirige i film Il giorno prima (1985) e Gli occhiali d'oro (1987), quest'ultimo vincitore del premio “Osella d'oro” per scenografia e costumi alla Mostra del Cinema di Venezia.
Il 1990 è un anno ricco di proposte per la regia di opere liriche ancora all'Arena di Verona, al Teatro Comunale di Firenze, a Parma e al Regio di Torino. Nel 1992 tra i vari impegni, il regista genovese è nuovamente a Verona con La Bohème e vi ritorna due anni dopo con Otello. Nel 1997, alla messa in scena de Il Flauto Magico a Vienna e a Monaco di Baviera si affianca la presentazione di Le stagioni dell'aquila alla Mostra del Cinema di Venezia, un film che racconta i 70 anni di storia del Cinegiornale Luce utilizzando il materiale di repertorio della storica casa di produzione. Dopo Nabucco e Rinaldo & Co a Catania nel 1997, Montaldo realizza Tosca a Verona nel 1998 e riscuote un grande successo. L'allestimento è riproposto dall'Arena per la stagione lirica 2002.